Alcune riflessioni per i venti anni dello spazio antagonista Newroz

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Riportiamo di seguito una nota pubblicata dallo spazio antagonista Newroz in occasione delle iniziative per il ventennale.
Alcune riflessioni per i venti anni dello spazio antagonista Newroz
Le parole che seguono non sono il riassunto né il bilancio della nostra storia. Cogliamo l’occasione per i 20 anni di vita dello spazio antagonista Newroz, la terra su cui poggiamo i piedi, per fare alcune considerazioni e porre le basi rispetto alle sfide che abbiamo di fronte.
Il Newroz: lo spazio sociale – 20 anni di storia parlano da soli sulla continuità di un certo modo d’essere luogo sociale. Senza appiattirsi sulla mitologia, né volendo evitare il ruolo storico dell’esperienza dei centri sociali dagli anni ’90, il Newroz è soprattutto un posto dove le persone si incontrano, bevono, mangiano, ascoltano musica, discutono, passano il tempo. Perlopiù gratuitamente, in cui nessuno è mai stato escluso, allontanato, privato dalle attività poiché sprovvisto di soldi. È la dimensione della socialità a toccare un nervo fondamentale del corpo e della storia politica antagonista. Come stare insieme e quali attività sviluppare dentro un luogo, caratterizzano la nostra identità, producono una certa cultura, e sviluppano una determinata formazione per chi ne fa parte. La socialità quindi riflette anche le trasformazioni prodotte nel corso della nostra storia, mostrando varietà e permanenze di soggetti, attitudini, bisogni. Dal canto nostro, facciamo parte di quella oramai nicchia schierata e fedele all’idea dello spazio sociale come luogo dove non si pratica alcuna forma di distribuzione dei proventi monetari tra i membri della nostra comunità politica. Nessuno è mai stato pagato per pulire lo spazio, per stare al bar, per cucinare, per incollare dei manifesti, per fare “politica”, per organizzare il “sociale”. La gratuità e la volontarietà sono alcuni dei pilastri della nostra comunità antagonista. La mercificazione delle attività sociali il primo scoglio da combattere per distruggere ruoli, mediazioni e reinventare pratiche di libertà. La natura volontaria dello spazio sociale ci ha immunizzato dai tristi epiloghi dei vari no-profit/terzo settori “di movimento”, e ci ha reso sempre indipendenti da qualsiasi forma di ente, istituzione, lobby politica ed impresa sociale. Suddetto volontariato non risolve la nostra identità, ma ne costituisce una premessa necessaria. L’essere volontari non ha quindi a che fare con forme associative riconducibili al mondo del privato sociale, ma al servire una causa collettiva che appaga e soddisfa l’agire individuale contro la logica del guadagno e dell’accumulazione. Al Newroz infatti il volontariato lo chiamiamo militanza. Non si interpretano ruoli predefiniti (che sia quello del consumatore oppure di quello che “opera” dietro il bancone). Il Newroz infatti si vive: non si obbedisce, ma si sceglie; si costruiscono esperienze, ci si assume responsabilità, si inventano le relazioni, secondo il principio del nostro essere sociale collettivo. Distruggere le dimensioni privatistiche, autoreferenziali, di status, di dominio, comporta prendersi cura dell’ambiente e delle relazioni dove si vive; significa mettere al centro la costruzione di personalità che cooperano e si danno una mano, implica lo scommettere sulla dimensione collettiva e non sull’affermazione individualistica. Fare questo dentro uno spazio sociale per noi significa imparare a farlo nella società dove viviamo. “Uscire dal ghetto, rompere la gabbia, creare e organizzare la nostra rabbia” è lo slogan consono alla tensione che muove il nostro essere compagne e compagni. Il Newroz nacque nel 1999 in rottura con l’idea della riproduzione della propria comunità militante, come isola separata dal contesto sociale. Abbiamo combattuto i danni prodotti dal miraggio del rinchiudersi nel proprio orto da parte dei movimenti sociali. Non a caso in questi venti anni è stato proprio il mondo del sociale ad assere più di ogni altro campo preda dalle pulsioni capitalistiche. L’appropriazione privata del tempo libero, la costituzione di modelli di consumo alternativi, trasgressivi, è stata totalmente inghiottita dal mercato. In questi venti anni la proliferazione del divertimento e della socialità come sfera della produzione di merci, ha cambiato volto alla nostra città. Ha attirato ed inglobato dentro nuove posizioni capitalistiche, energie una volta impegnate nel conflitto sociale. Associazioni culturali, cooperative sociali, imprese dell’intrattenimento costituiscono nel brand della Pisa post-industriale, nodi di una rete di dominio in cui anche le espressioni anticonvenzionali sono rese compatibili con la dimensione istituzionale. Il Newroz no. Affrontando il rischio dell’isolamento, abbiamo preferito sfidare le sirene della compatibilità con l’ignoto dell’avventura, solcando i mille sentieri dello scontro sociale contemporaneo. Tenere a mente le ragioni più profonde del nostro essere autonomi ed antagonisti, ha significato ricercare gli spazi di conflitto presenti dentro la società, mettendo a critica feticci e “stili”. Nello spazio sociale, quindi, si riflettono esigenze e caratteristiche proprie di questi rivoli, uniti dalla volontà di ribaltare l’esistente, di cercare la rottura con gli assetti di potere. Un capitolo a parte meriterebbe l’approfondimento dei legami e delle frizioni tra i differenti soggetti delle lotte ed i codici culturali, artistici, espressivi, simbolici resi patrimonio della nostra esperienza di spazio sociale; per ora basti ricordare che il nostro affetto per la memoria collettiva non riguarda la nostalgia delle tradizioni, ma il tenere vivi i fondamenti della nostra storia.
Senza giustizia nessuna pace – Di fronte al crepuscolo del movimento dei centri sociali, il Newroz ha quindi rafforzato il suo essere sede di progettualità antagonista. Al Newroz si discute perché ci si organizza. Si parla perché “chi lo dice lo fa”, ci si infervora perché ci si tiene, si ragiona perché si pratica. Il Newroz è anche un rapporto di forza: se c’è una permanenza della nostra storia politica è quella della ricerca del conflitto sociale. Nel nostro mondo, quello forgiato dalle gerarchie del capitalismo, niente ci viene regalato. Le rendite di posizione ed i risultati sono patrimonio della classe capitalistica che investe le proprie energie nel rafforzare i processi di mercificazione, con l’obiettivo spietato di rendere tutto un grande business a vantaggio “loro”. Quindi se vogliamo conquistarci qualcosa, ogni cosa sarà sudata con la lotta, lo scontro e l’organizzazione. Nessuno ci darà qualcosa solo per il fatto di avere ragione. Nessuno ci garantirà un diritto solo perché ne abbiamo denunciato la violazione da parte di qualche istituzione. Mai ci restituiranno una forma di ricompensa adeguata allo sforzo prodotto, e soprattutto nessun vero e duraturo accordo è possibile con chi sta dall’altra parte della barricata. E’ la logica partigiana a muovere la politica, è la guerra che sottende alla forma della democrazia, è la prepotenza che determina la “mano invisibile” del mercato, è la violenza che forma e riproduce il sistema in cui viviamo. Quindi, bando al vittimismo, alla rassegnazione, all’imprudente fedeltà ai valori costituzionali, all’idealismo di chi pensa di convincere gli altri solo con le proprie opinioni. “Evviva il rapporto di forza” che si manifesta in modo più esplicito nella contesa tra chi per comandare ha bisogno di costringere, e chi invece, per stare meglio deve pianificare e tentare la propria ribellione. Perché sappiamo che le regole del gioco sono truccate dal vincitore, e che la razionalità che le giustifica è solo quella che ne garantisce, con tutti i mezzi necessari, la riproduzione.
Il Newroz e la sinistra – Abbiamo visto con quale ingordigia il patto sociale del secondo dopoguerra sia saltato, a vantaggio delle élite multinazionali, dei grandi burocrati, dei nuovi predatori della finanza pubblica e privata, dei corruttori affamati di risparmi e risorse, di natura e di uomini. La sinistra nel nostro paese dagli anni ’70, scegliendo lo Stato, non ha scelto la redistribuzione sociale, l’equità o il riformismo; ha scelto di entrare nelle stanze del potere. Dai tempi del teorema Calogero, infatti, la sinistra ci è sempre stata nemica. Quelli che reclamavano i diritti sociali e costituzionali contro l’eversione del conflitto sociale, sono diventati prima i gendarmi degli industriali, poi gli alfieri del neoliberismo laburista. Sono quelli che ci hanno sempre chiamato fascisti rossi. Quelli per cui l’ordine democratico è stato sacralizzato per calpestare tutte le istanze di autonomia ritenute incompatibili. Sono quelli per cui una contestazione era un atto terroristico. Uno sciopero non autorizzato diventava un’insurrezione armata. Un’occupazione di un luogo abbandonato, una violenta espropriazione dei beni pubblici. Sono quelli per cui la legittimità dell’opposizione sociale, o si esprimeva dentro i perimetri definiti dalla loro misura, quella della compatibile e sterile testimonianza, oppure era crimine. I primi a trattare le questioni sociali dal punto di vista dell’ordine pubblico; i primi ad adeguare la politica alla forma di governo dei flussi (dei profitti), in cui ogni ostacolo va assolutamente rimosso perché inaccettabile. Ecco per noi la sinistra! Con l’universo simbolico di cui si è appropriata tramite il consenso, la cooptazione, la corruzione e l’integrazione dentro il sistema degli ex rappresentanti dei proletari. Questa sinistra, garante prima della repressione e poi dell’innovazione del sistema, l’abbiamo sempre odiata. Non rimpiangiamo niente di quel mondo, compreso il nostro ruolo storico di antagonisti a quella sinistra, adesso che con la Crisi, quell’ordine è sottoposto a profondi stravolgimenti. Pisa, città che era operaia, poi anche universitaria, ha vissuto la sinistra come potere. Dalla ribellione delle masse operaie degli anni ’60 di Piaggio, Saint Gobain, Marzotto, a quella dell’onda universitaria di dieci anni fa, rare sono state le possibilità di pacificare la vitalità autonoma dei vecchi e nuovi proletari. Una lunga scia di compagni e compagne ha attraversato le strade e le piazze della città, dei quartieri, picchettando le fabbriche, sfondando cancelli e portoni, barricando i lungarni, occupando scuole e università. L’anima testarda della città, quella delle lotte sociali e dell’immaginario politico, va ben oltre la putrida raffigurazione della sinistra istituzionale al governo per 40 anni. La ciclicità degli sprazzi di autonomia e di renitenza all’ordine costituito, ci impedisce di esitare sulla potenzialità d’insubordinazione della nostra città. Il Newroz è un pezzo di questa storia, al servizio di questa storia. Quando nel giugno scorso il centrosinistra ha perso, per la prima volta, le elezioni comunali, al ballottaggio con la Lega Nord, non ci siamo sentiti orfani proprio di un bel niente. La rabbia per i leghisti al comando di palazzo Gambacorti non è stata salutata come una sciagura per la quale votarsi alla malinconica rassegnazione. Per i danni che il Partito Democratico ha fatto ai proletari e alle proletarie è stato punito. Coloro che erano stati integrati nel sistema democratico ereditato dal Partito Comunista, hanno espresso per la prima volta un rifiuto elettorale storico. Proprio la dimensione culturale di Pisa città dell’accoglienza, dell’ospitalità e dell’apertura, va demistificata e messa in relazione alle profonde trasformazioni delle composizioni sociali di questi ultimi trent’anni. Uno scontro sempre più forte per l’accesso alle risorse sociali nella forma della competizioni tra identità, segmenti, generazioni non è più risolvibile attraverso i meccanismi democratici dei tradizionali corpi intermedi. Il sindacato, il partito, i circoli, le società municipalizzate sono stati delegittimati. Lo scontro di classe prende quindi la forma della “guerra tra poveri” e del rancore, ma sotto questa rappresentazione covano questioni, temi, problemi, bisogni e soggetti con una elevata potenzialità di lotta. Nessun rimpianto quindi, ma continua e rinnovata apertura e contaminazione del nostro spazio a tutti coloro che necessitano di risorse per attrezzare le proprie battaglie, e vincerle. E’ stato così per i venditori ambulanti senegalesi nel 2008, in lotta contro l’ordinanza anti-borsoni, precursori dell’espulsione dei banchi da piazza dei miracoli. Per le donne delle pulizie all’ospedale, quando la multinazionale Sodexo ne voleva licenziare 80. Per gli studenti delle scuole dei professionali, dei licei e dei tecnici; per gli universitari e per i giovani alla ricerca di un po’ di possibilità contro l’atrofia del presente. Per le famiglie che vogliono abitare in una casa senza buttare metà stipendio nell’affitto. Per le donne e gli uomini che pretendono rispetto, che vogliono liberare la società dalla violenza, dalla sottomissione, dal patriarcato e dal sessismo. Per tutti coloro che sono a caccia di reddito, e vogliono organizzare le strategie di sottrazione al controllo umiliante dei servizi sociali. Per questo il Newroz è il posto dove ci sono gli striscioni. Dove si preparano i cartelli. Dove si allestisce una coreografia. Dove nascono gli attacchinaggi. E’ un posto dove i tavoli, le sedie, le panche, i gazebo più che essere parcheggiati, sono “a riposo”, pronti ad essere riassemblati per tragicomici trasporti in api, furgoni, station vagon e poi rimontati come scheletri di mille lotte che prendono corpo lungo le rotonde o le piazze della nostra città.Il Newroz è quindi il bagaglio di chi inizierà a lottare, ed il magazzino del conflitto sociale che si fa arredo durante i concerti, i dibattiti, le serate.
Il Newroz e il comando politico in Città – La Lega non ci spaventa, anzi rappresenta uno stimolante dispositivo di invenzione e progettualità. Siamo per loro il peggior concorrente; l’unico antidoto alla fragile regolazione istituzionale al tempo della crisi è il conflitto sociale a livello di massa, già emerso come nuovo vero fattore della politica contemporanea. Ci fanno incazzare le misure esplicitamente razziste, l’ipocrisia vigliacca e fascistoide di chi al potere se la prende coi più deboli, mentre si organizza per spartirsi il bottino proveniente dalle solite attività capitalistiche di sempre. Ci fa incazzare come ci faceva rabbia il freddo calcolo tecnocratico dei democratici che sfruttavano la propria rendita di posizione come pacificatori delle masse proletarie, intanto che asservivano sindacati, associazioni, enti locali, casse di risparmio a concedere qualche speranza di miglioramento sociale. Noi non vediamo l’alternativa, non scegliamo il meno peggio, né ci accontentiamo delle nostre enclavi. Il Newroz è uno spazio sociale, cuore pulsante di quella galassia che riproduce spazi per gli abitanti delle case popolari, attività e mezzi per lo sport e il tempo libero, case di donne combattenti, aule studio liberate nelle scuole e nell’università. Come tale ci interessa lo sviluppo e la crescita dell’autogestione, la difesa e la conquista di nuovi pezzi di libertà. Ma non siamo satelliti alieni da chi subisce il peso e la sofferenza dell’ordine sociale imposto dal Mercato. Siamo gente che conosce la fatica e l’alzarsi presto prima che sorga il sole per portare il pane a casa. Siamo tra quelli a cui prudono i nervi quando mancano i soldi per pagare le cose che ci servono. Conosciamo, perché lo viviamo, lo stress e l’ansia per non riuscire a sapere quando ci chiameranno per fare quella visita, il sacrificio di chi non può permettersi di uscire nemmeno il fine settimana perché “se mi bocciano perdo la borsa di studio e me ne torno dai miei”. Per questo lottiamo, ci incontriamo, parliamo e stiamo insieme. Affinché tutto ciò non debba essere più vissuto da nessuno.Quando i vari Salvini e company parlano di zecche rosse, cessi sociali, figli di papà etc,.. parlano di una rappresentazione ostile alla condizioni della maggioranza dei proletari, raffigurano una condizione di scansafatiche estranea alla massa. Lo possono fare però solo sparando nel vuoto, a salve. Poiché quella condizione è propria di una borghesia che oggi più che mai è associata a chi ricopre ruoli di mediazione clientelare – i mangiapane a tradimento – che si sono già riciclati nelle nuove filiere del comando “populista di governo”. Come dice un vecchio proverbio, “chi continua a parlare male di te alle spalle lo fa perché non riuscirebbe a guardarti negli occhi, vedrebbe riflessa la sua essenza sporca”. La maldicenza come forma di comunicazione politica ci fa sorridere e ci impegna allo stesso modo nel costruire in modo meticoloso la nostra parte, istruendo le nostre ragioni dell’opportuna forza sociale.
Il Newroz e il Kurdistan – Nel 1999 i compagni dedicarono lo spazio di via Garibaldi alla festa del capodanno curdo celebrato col grande fuoco ogni 21 marzo. In onore di Apo Ocalan, leader del PKK e istruttore delle teorie rivoluzionarie che informano il confederalismo democratico radicato in Rojava, arrestato dalla congiura capitalista cui prese parte in modo fondamentale Massimo D’alema. Il Newroz ha voluto omaggiare così il movimento rivoluzionario dei curdi. Negli ultimi anni tale legame ha scongiurato il feticcio terzomondista e rappresenta uno dei vari poli di riflessione e formazione anche per chi vuole trasformare la realtà sociale alle nostre latitudini. Non è la ricaduta analogica di un altrove mitico proiettato sui nostri stili di militanza. Piuttosto è lo sforzo dialettico di appoggiare chi combatte il nichilismo fascista dell’Isis, l’autoritaria dittatura di Erdogan e che promuove proposte di liberazione che vedono nelle comunità di base, l’ossatura di una nuova società. La costruzione di questa nuova società, qui e ora, richiede come adesione al progetto rivoluzionario l’educazione comunitaria. La costante messa a critica collettiva e individuale delle proprie azioni è la profonda e radicata autodifesa collettiva; la formazione permanente che ribalta l’esigenza capitalistica di plasmare le menti di ognuno. La riflessione e l’organizzazione di una lotta ecologica, contro l’uso capitalistico e predatorio delle risorse, per la cura e lo sviluppo dell’ambiente in funzione dei bisogni sociali. Lo sviluppo politico e militare dell’autonomia delle donne, come vettore basilare delle possibilità riproduttive di una società libera. La contestazione della mentalità dello Stato come intossicazione sociale di cui disfarsi, come parte integrante e non sovrastrutturale dei rapporti sociali. Questi rappresentano alcuni dei più importanti nodi su cui concentrare le attenzioni della nostra militanza.
Pisa 16 marzo 2019
Compagni e compagne dell’assemblea del Newroz