Occupare per la Palestina: Se la scuola sta in silenzio, lə studentə alzano la voce!

A partire dalla notte tra domenica e lunedì, moltissimə studentə dei licei, professionali e tecnici stanno occupando la propria scuola per portare il proprio sostegno al popolo palestinese. Studentesse e studenti hanno deciso di fermare la normalità, di sospendere le lezioni per aprire spazi di discussione, di solidarietà e di lotta in risposta a ciò che sta accadendo in Palestina. Non è una decisione presa alla leggera: nasce dal sentire quotidiano di un genocidio che scorre sullo sfondo delle nostre vite, tra le pagine dei giornali, le stories sui social, e le parole vuote delle istituzioni.

Quelle che ci precedono sono due lunghe settimane di mobilitazione che hanno segnato un punto di svolta importante nelle lotte per la Palestina in tutta Italia. L’attenzione e l’unione che ha creato l’evento della Global Sumud Flotilla ha fatto sì che in tutta la nazione si riuscisse a superare quel basso muretto che per troppo tempo ha rischiato di farci arenare. “Blocchiamo tutto” da rivendicazione è diventata reale forza e mezzo di lotta. In qualsiasi città sono state bloccate strade, ferrovie e mille altri snodi fondamentali non solo al traffico delle persone, ma anche alla logistica di guerra. Ora è necessario dare ulteriore spinta a questo movimento, e questa energia inizia a proliferare nelle scuole.

A Pisa, come in molte altre città, le occupazioni delle scuole si susseguono rapidamente. Sono state occupate domenica notte Russoli, Buonarroti, Galilei, Dini e Carducci; il giorno successivo Fascetti, Santoni e Pacinotti. Nella nostra città, come altrove, la spinta è arrivata da un malessere condiviso: la sensazione che continuare come se nulla fosse significhi accettare passivamente una realtà di morte e ingiustizia. Le occupazioni non sono soltanto un gesto di solidarietà: sono un modo per dire che la scuola non può essere separata dal mondo, che studiare mentre altri vengono bombardati, affamati, cancellati, non è neutralità ma complicità.

La decisione di occupare non è simbolica: è un atto politico necessario. Occupare ora significa interrompere la normalità e reclamare spazi concreti di discussione e mobilitazione, perché non possiamo ignorare che il governo italiano finanzia direttamente il conflitto con la Palestina. La spesa militare cresce, mentre le scuole crollano sotto i tagli, e la didattica viene progressivamente smantellata. In questo contesto, l’occupazione deve essere sostanziale e continuativa: fermarsi un giorno o due non basta di fronte alla gravità di un genocidio di cui il nostro paese è complice.

Le scuole, invece di essere luoghi di crescita e apprendimento, diventano il riflesso delle scelte politiche: a fronte di politiche di guerra sempre più pesanti, gli spazi e le risorse dedicate all’educazione vengono ridotti al minimo. Occupare significa denunciare questa contraddizione strutturale: il governo sceglie di finanziare armi e conflitti lontani, mentre le nostre aule soffrono carenze, precarietà e abbandono. La presa dei luoghi della scuola è quindi anche una presa di coscienza collettiva sulle priorità reali del potere.

Interrompere le lezioni è un blocco concreto contro la complicità istituzionale, un modo per costruire strumenti di analisi, legami politici e pratiche di resistenza. In un contesto in cui la normalità coincide con l’indifferenza verso guerre e genocidi, l’occupazione diventa strumento di responsabilità collettiva, capace di mostrare che è possibile sottrarre tempo e spazi al sistema che finanzia morte mentre smantella la scuola. 

Nella serata di mercoledi lə studentə occupanti sono tornate nuovamente in piazza: un corteo di centinaia di persone tra studentə e cittadinə, ha attraversato le moltissime occupazioni portando la solidarietà dell’intera città. La forza delle occupazioni dellə giovanə è energia per l’intero movimento. Da due anni, infatti, lə giovanə della città, tra scuole e università, hanno maturato una lettura chiara delle responsabilità del genocidio ai danni del popolo palestinese e hanno dimostrato che è possibile rompere le complicità con delle azioni concrete, che partono da qui.

In un momento storico in cui la parola “genocidio” rischia di diventare un rumore di fondo, l’occupazione è un modo per riportarla al centro, per costringerci a guardarla in faccia. E per ricordarci che la neutralità, quando il mondo brucia, non è una posizione innocente.