Boxe contro l’assedio; in Palestina non si smette mai di combattere

muro palestina

Riportiamo un articolo, tratto da sportpopolare.it, sul progetto “Boxe contro l’assedio”, tramite il quale istruttori di pugilato delle palestre popolari di Roma e Palermo hanno portato solidarietà attiva agli abitanti della striscia di Gaza. Questo progetto sarà presentato anche a Pisa, sabato 25 maggio alla Palestra Popolare La fontina durante l’evento per i sette anni di autogestione degli spazi.

Il 2019 è il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, vale a dire di ciò che avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova storia, fatta “di ponti sull’umanità e mai più di muri”. Quanto queste affermazioni pregne di ottimismo a dir poco affrettato e faziosità si siano rivelate nient’altro che retorica è ormai sotto gli occhi di tutti, così come lo sono i nuovi muri che in questo infausto trentennio si sono moltiplicati, dagli Stati Uniti al Nord Africa, passando per l’Ungheria e ovviamente la Palestina, il tutto accompagnato dall’inquietante ignavia di chi in precedenza si autonominava paladino dei diritti umani.

Fortunatamente, dove non arriva la diplomazia internazionale, ci pensa la libera e spontanea azione di associazioni e singole persone a rompere l’isolamento e spesso la leva usata per scardinare questo status-quo è proprio lo sport, come nel caso di “Boxe contro l’assedio”, un progetto nato nel settembre 2018 a opera dell’ONG siciliana CISS e della Palestra Popolare di Palermo che ha consentito al “nostro” Giancarlo Bentivegna di essere il primo pugile professionista a entrare a Gaza, e che successivamente è stato esteso anche a due palestre popolari romane, la “Valerio Verbano” del Tufello e quella di Quarticciolo che hanno partecipato alla seconda spedizione, partita alla metà di gennaio, con tre tecnici, Giulio Bonistalli e Carlotta Bartoloni della “Verbano” e Giovanni Cozzupoli della Quarticciolo.

I primi due sono arrivati in Cisgiordania il 16 gennaio per poi giungere a Gaza quattro giorni dopo, dove erano stati presi contatti in precedenza con tre realtà sportive per riuscire a creare momenti di confronto e di formazione per atleti e tecnici locali a trecentosessanta gradi, dalle metodologie di allenamento all’alimentazione, consentendo così per la prima volta ai pugili di Gaza, relegati a un isolamento totale, incontri formativi con addetti ai lavori di altri paesi e un confronto che, come hanno avuto modo di spiegarci i tre tecnici è stato allo stesso tempo agonistico e umano.

Infatti, i due tecnici della “Verbano” ci informano di come uno degli scopi principali del progetto, a cui ha collaborato attivamente anche la Federazione Pugilistica Palestinese (PBF) –  che nella persona del suo vice-presidente Ali Abd Elshafi ha seguito gli spostamenti dei tre tecnici italiani – è quello di mettere in collegamento la realtà pugilistica della Cisgiordania con quella di Gaza, visto che nonostante facciano formalmente parte dello stesso stato, vivono situazioni molto differenti anche dal punto di vista sportivo: per quello che riguarda la West Bank, i pugili hanno la possibilità di conoscere e confrontarsi e come riporta Giovanni «le palestre sono ben fornite, a volte anche più di diverse italiane, e il livello dei pugili è sostanzialmente buono» – grazie anche all’instancabile attività di Nader, un tecnico che allena in Cisgiordania ed è tra i principali promotori dell’iniziativa, e che allo stesso tempo riesce a curare tanto l’aspetto tecnico quanto quello umano dei suoi pugili per la maggior parte giovanissimi – mentre per quanto riguarda la situazione di Gaza, il contesto cambia decisamente, per usare nuovamente le parole del tecnico della “Quarticciolo”, le attrezzature sono molto carenti: «a volte i pugili non hanno nemmeno le fascette e le palestre contano solo su un ring e poco più». A dimostrazione di ciò, anche negli scorsi giorni è stato vietato il visto per l’Egitto a quattro pugili che sarebbero dovuti andare a combattere.

Ma nonostante ciò, nonostante le difficoltà oggettive a cui va sommato l’isolamento pressoché totale della scena pugilistica locale, il livello di partecipazione e di entusiasmo intorno alla boxe è molto alto, con alcune individualità da non sottovalutare, a dimostrazione da un lato della proverbiale dignità e dell’orgoglio di una popolazione che non si fa piegare da oltre settant’anni di occupazione della propria terra, di abusi e prepotenze subite nell’imbarazzante silenzio della comunità internazionale continuando a inseguire una vita normale, e dall’altro di come proprio lo sport possa aiutare ad affrontare e superare i traumi dell’apartheid, dei bombardamenti e delle privazioni perpetrate da Israele, oltre che aiutare a far diventare uomini.

Tutti e tre i tecnici infatti ci fanno presente come non sia affatto facile riuscire a spiegare il mix di sensazioni che ti lascia in eredità la vista delle tre città che compongono Gaza, «uno scenario di macerie e desolazione – che sembra creato di proposito per scoraggiare gli stranieri a tornarci (così come i controlli asfissianti all’ingresso) per portare sollievo alla popolazione locale – che fa da contraltare alla bellezza dei cespugli di fragole, ma soprattutto alla determinazione dei palestinesi, alla tenacia con la quale puntualmente ricostruiscono gli edifici distrutti dall’esercito israeliano, a tal punto che ormai hanno banalizzato i continui bombardamenti subiti».

Purtroppo, a differenza di quanto avvenuto nel primo incontro, cioè quello autunnale, non è stato possibile fare uno stage con le atlete di Gaza per una serie di questione politiche, logistiche e tecniche facilmente immaginabili in un contesto come quello in questione, ma nonostante ciò è stato possibile un confronto con le atlete che hanno dovuto combattere anche perplessità “endogene”, vista la ritrosia di alcuni settori della società palestinese nell’approccio femminile a questo sport. Ma c’è già l’intenzione di sopperire a questa mancanza nella prossima spedizione, che come hanno assicurato Giulio, Carlotta e Giovanni non tarderà ad arrivare, per continuare a dare il proprio contributo allo sviluppo della boxe in Palestina, ma soprattutto per rompere l’isolamento e le barriere!