Chi abusa della libertà d’espressione e chi della pazienza

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“Non si abusi della libertà di espressione”. Dopo settimane di silenzio a fronte dei fatti politico-sociali che attraversano la città di Pisa le forze di maggioranza hanno formulato un comunicato che testualmente riporta questo messaggio. Avrebbero certamente potuto fare un uso migliore della propria libertà di espressione scegliendo di tacere, ancora. Ma facciamo ordine.

Nell’ultimo mese sono stati effettuati due sgomberi di due spazi abbandonati, riqualificati e diventati luogo di aggregazione e organizzazione di donne determinate a lottare contro le ingiustizie da loro subite quotidianamente. Su questo: silenzio. A esprimersi per l’amministrazione comunale le forze di polizia. Da mesi la lotta per la casa e i comitati di quartieri lottano per affitti più bassi, per nuove case popolari e per l’esonero dall’affitto dalle case APES abbandonate dall’ente gestore. Su questo: silenzio. A esprimersi per l’amministrazione gli uffici tecnici e le graduatorie oltre alle inchieste per corruzione che colpiscono le imprese a cui vengono appaltate opere, come il People Mover, o quelle riguardanti le fidejussioni non pagate da parte dei grossi costruttori, come Bulgarella. Lo svago e la socialità serale dei giovani che vivono la città è trattato come un problema di criminalità da debellare sostituendola con l’utenza (sana perché pagante) degli spettacoli nel recinto di piazza dei Cavalieri. A esprimersi per l’amministrazione comunale militari e agenti in borghese che sorvegliano le chiacchiere di qualche studente o giovane pisano sugli scalini della chiesa di Santo Stefano.

Il principio della legalità è un po’ la foglia di fico dietro la quale nascondere un’incapacità politica a tenere di conto delle istanze espresse dal corpo vivo della città, da alcune lotte e movimenti interni a questa. È la cifra della distanza che separa il Partito Democratico da qualsiasi dialettica sociale. L’illusione di una società finalmente pacificata, da controllare nella sua conformità alle leggi, rimuove il conflitto che cova dietro un ordine ingiusto, le sue leggi e chi ne beneficia. Da una parte chi finisce fuori dalla legge, i contestatori, chi occupa, gli scontenti in genere. Così si viene denunciati per manifestazione non autorizzata per aver messo uno striscione dalla propria finestra in piazza delle Vettovaglie nella giornata della festa della Repubblica democratica. Dall’altra chi si fa forte della legge per schermarsi. Questa non è una società del buon governo, ma una città spaccata. Il rimosso però riemerge sempre, investendo i ruoli messi a garanzia di gerarchie deboli, autocratiche e orfane di un reale consenso. Non basta tenere il culo su uno scranno elettivo per fare di te un democratico, Filippeschi. Questo è piuttosto un abuso quando la fiducia in un mandato non è rinnovata dal confronto con le fratture che solcano la società, le sue domande, i suoi tentativi di formulare risposte. Contro una casta che usa le istituzioni per proteggere i propri interessi la pazienza che viene a mancare, perché abusata.

Mentre nei comitati per l’ordine pubblico, nelle stanze del comune chiuse alle pubbliche audizioni, nelle cerimonie a cielo aperto ma scortate dalla polizia si celebra il rito del potere, in chi percepisce di essere la parte esclusa dal governo non solo della città ma delle decisioni sulla propria vita monta un sentimento di rivalsa. Le esperienze sono ancora molto distanti, le relazioni e le appartenenze comuni solo abbozzate, ma una fetta della parte di città alla quale è chiesto di non esprimersi inizia al contrario ad avere il desiderio di farlo e nella stessa direzione di tanti altri: contro la prepotenza di chi comanda. Il 10 giugno è un’occasione per incontrarsi, per non evocare una riscossa ma farla pesare con la presenza fisica per le strade di Pisa di una parte che non si accontenta di portare sulla schiena il peso di produrre, consumare e far vivere questa città ma vuole anche decidere come farlo. Il 10 giugno in piazza Mazzini bisogna fare i conti. Decide la città, non chi ne abusa.

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