Contro la repressione, difendere l’agibilità politica delle lotte. Venerdì a Pisa giornata contro il Daspo di piazza

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Pubblichiamo di seguito un contributo a cura della redazione de IL TAFFERUGLIO – Cronache dal mondo di sotto, in vista dell’iniziativa di venerdì 27 maggio contro i Daspo di piazza. 

Il Daspo di piazza è un provvedimento che è stato sperimentato per la prima volta a Pisa negli ultimi mesi. Le nuove misure repressive sono state infatti notificate ad alcuni manifestanti in seguito alle due giornate di mobilitazione del 13 e del 14 novembre 2015, che hanno attaccato rispettivamente la condizione di abbandono in cui versano i quartieri popolari di Pisa e la presenza in città del leghista Matteo Salvini (proprio ieri ci sono state le conferme di due nuovi Daspo per altri due manifestanti).

Di fronte al sistematico rafforzamento dei dispositivi repressivi, riteniamo imprescindibile un’azione di denuncia e di solidarietà che delegittimi e contrasti la restrizione degli spazi di agibilità politica per i movimenti sociali e che veda la massima unità di tutti quei soggetti che oggi hanno bisogno di lottare per migliorare la propria condizione, o che potrebbero trovarsi a doverlo fare domani. Per questo pubblicizziamo, sosteniamo e invitiamo a partecipare al dibattito e al successivo concerto i cui proventi andranno a finanziare il ricorso contro il Daspo di piazza.

Aggiungiamo inoltre alcune nostre considerazioni sulla repressione e su alcune possibili indicazioni per resistergli meglio nella congiuntura politica attuale.

Partiamo da un dato di fatto: negli ultimi anni le lotte sociali hanno subito un aumento della repressione. È assai lunga la lista dei dispositivi di controllo e di punizione di ogni rivendicazione politica che non si fermi alla petizione, all’appello ai buoni sentimenti delle istituzioni, o alla delega delle proprie istanze a un partito politico che le rappresenti. Questi provvedimenti rispondono alla stessa logica: limitare e disciplinare la libertà di manifestare, restringere gli spazi di dissenso e di conflitto.

Si pensi solamente, per citare i più eclatanti, all’abuso che è stato fatto negli ultimi anni di normative come il divieto di dimora (art. 283 c. p.) o il foglio di via, uno strumento introdotto col D. lgs.159/2011 che conferisce all’arbitrio delle questure la facoltà di allontanare militanti e attivisti dai territori in cui si sviluppano le lotte sociali, come ad esempio quella No borders o quella per il diritto alla casa. O al tentativo di recupero, per il momento non riuscito, dell’accusa di terrorismo per le azioni di sabotaggio dell’Alta velocità in Val di Susa Oppure ancora, all’aberrazione giuridica del reato di devastazione e saccheggio , residuo del codice Rocco di epoca fascista, sistematicamente adoperato da Genova in poi per colpire con delle pene pesantissime (fino a 15 anni di carcere) i partecipanti a manifestazioni in cui si danno episodi di conflittualità contro le forze dell’ordine. Il Daspo di piazza, così come le prossime possibili misure in materia di sicurezza urbana allo studio del governo, non sono che gli ultimi attuali prodotti di una tendenza di più lungo periodo.

A questo punto va però aggiunta una considerazione, che non dobbiamo mai scordare quando parliamo di repressione: il fatto che gli apparati statali stiano approntando nuovi dispositivi di repressione, che ne avvertano la necessità, attesta la presenza di lotte sociali di cui la controparte teme l’estensione e la radicalizzazione. Il livello di repressione aumenta a fronte dello sviluppo della conflittualità sociale, diminuisce al suo declinare e perdere di mordente. Non si sfugge a questa dinamica. È un punto questo che hanno messo bene in luce alcuni compagni di Firenze in un loro recente contributo a margine del maxi-processo contro il movimento fiorentino.

L’episodio da cui scaturisce il ricorso al Daspo di piazza a Pisa non fa eccezione: è stato l’affacciarsi sulla scena di una nuova composizione sociale capace di individuare delle controparti nemiche e di attaccarle con determinazione a produrre un salto di qualità nelle repressione.

Come leggere la repressione all’interno della fase politica che stiamo vivendo in Italia? Come far sì che essa non resti una partita tra le soggettività in lotta e i militanti più generosi da una parte e polizia e magistratura dall’altra ma che spinga a prendere posizione fasce più ampie del corpo sociale? Come resistergli politicamente? Senza pretese di esaustività, proveremo a indicare non tanto una vera e propria strategia, quanto invece alcune linee guida che pensiamo possa essere utile tenere a mente.

Nei prossimi mesi il dibattito politico nazionale sarà tutto centrato sul referendum costituzionale del prossimo ottobre. Pensiamo che disinteressarsi dei mutamenti della struttura dello Stato, laddove questi non sono semplici aggiustamenti tecnici, bensì politici, e rafforzano in senso verticistico e autoritario i poteri del governo, sia un errore da non commettere. Avevamo già cercato di riflettere sulla portata politica della prossima scadenza referendaria e della campagna che la precederà in un nostro articolo uscito circa un mese fa. Non si tratta semplicemente di provare a mandare a casa Renzi, ma di sfruttare questa occasione per cercare di far emergere, a fronte dei tanti discorsi fumosi sulla semplificazione e sul taglio delle poltrone da un lato, e dagli altrettanto fumosi panegirici e appelli a difesa della democrazia e della sacralità della Carta costituzionale dall’altro, la realtà della repressione delle lotte, degli spazi di democrazia già da ora negati o ristretti.

Pensiamo che nel contesto della “guerra al terrorismo”, usata strumentalmente dagli Stati per introdurre nuove e pesanti forme di controllo sulla libertà di dissenso e di manifestazione, allo scopo di spegnere sul nascere la conflittualità sociale, sia importante mettere in campo tutte le nostre risorse discorsive per cercare di erodere, anche a livello di opinione pubblica, quel bisogno di protezione contro un nemico invisibile (la minaccia jihadista) che rischia di fungere da base di consenso all’introduzione anche rapida di stati di eccezione sul modello di quello francese (si veda a questo proposito anche l’analisi di Giorgio Agamben). Stati di eccezione a cui la scia di provvedimenti repressivi che abbiamo fin qui citato, così come la crescente presenza di militari nelle strade, serve a preparare e a legittimare. Il nostro compito deve dunque essere quello di ribaltare l’ordine del discorso emergenziale e securitario da una posizione situata e di parte, che domandi, ogni volta: sicurezza per chi?

Certo, una strategia che si proponga di contrastare la repressione su un piano puramente giuridico o di opinione pubblica non può certo bastare ed è anzi illusoria e controproducente.La repressione delle lotte si combatte efficacemente solo con più lotte, lotte che siano capaci di resistere e di coordinarsi per contrattaccare. Niente ce lo dimostra meglio del caso francese, dove due straordinari mesi di mobilitazione continua e diffusa contro la Loi Travail hanno materialmente distrutto lo stato di emergenza di Hollande.

Non dobbiamo però perdere di vista la peculiarità del contesto italiano, in cui l’estrema frammentazione dei movimenti e la mancanza di una reale convergenze delle lotte che porti a una loro massificazione su larga scala (ne avevamo parlato poche settimane fa in un nostro editoriale) ci pone in una condizione di maggiore vulnerabilità di fronte alla repressione.

Per riuscire a smontare la retorica repressiva della sicurezza e dell’ordine pubblico è dunque fondamentale cercare in ogni situazione, per quanto è possibile, di coniugare la radicalità del conflitto con la capacità di convogliare consenso attorno alle ragioni che lo muovono. Far saltare cioè la narrazione mediatica che riduce il conflitto sociale a scontro tra i gruppi antagonisti da un lato e le forze dell’ordine dall’altro, per riuscire a imporne un’altra, la nostra narrazione: quella del mondo di sotto, della nuova composizione di classe, che dà l’assalto al mondo di sopra.

Il 29 aprile scorso a Pisa, quando siamo scesi in piazza contro Renzi, ci siamo riusciti. La presenza in piazza di una pluralità di soggetti sociali reali, e riconoscibili nelle loro rivendicazioni (dai sindacati di base agli studenti universitari vessati dal nuovo Isee, dai movimenti di lotta per la casa ai comitati di quartiere, dai risparmiatori truffati dal salva-banche fino agli studenti medi), ha inceppato e reso impossibile il dispiegarsi della solita criminalizzazione mediatica. Siamo cioè riusciti a vincere (anche) sul piano dell’immaginario. Da lì bisogna ripartire.