Non Una Di Meno vuole farsi sentire

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Pubblichiamo di seguito il comunicato ufficiale di Non Una Di Meno Pisa dopo la giornate del 8 e 9 marzo in cui si sarebbero dovuti tenere momenti di mobilitazione in tutta Italia ma che a causa dell’emergenza sanitaria sono state sospese.

Da 4 anni, ogni 8 marzo, grazie alla rete Non una di meno, abbiamo riempito le strade del paese e del mondo, risignificando completamente una data da tempo svuotata di senso, in cui si regalavano mimose alle donne e le si metteva per un giorno su un piedistallo.
È tornato a essere, come in origine, un giorno di lotta, di occupazione dello spazio pubblico da parte di soggetti tradizionalmente confinati nel privato. Uno spazio per uscire dal silenzio.89481106_1693647934110616_7697955564923387904_o
Un silenzio in cui questo sistema violento affonda le sue radici, impedendoci di condividere le quotidiane violenze che subiamo, per paura delle ritorsioni, del giudizio e della competizione che ci opprimono in tutti gli ambiti delle nostre vite.
Quest’anno, per un decreto ministeriale emanato per contrastare il diffondersi del COVID-19, ogni manifestazione pubblica è stata vietata per questa data. Dopo lunghe discussioni e analisi delle contraddizioni di un sistema che, mentre ci vieta di manifestare, continua a imporci di occupare il nostro posto nella catena di montaggio del lavoro, produttivo e riproduttivo, abbiamo deciso di rispettare questo divieto.
Abbiamo però voluto condividere le violenze contro le quali combattiamo, #l8lostesso perché…
➡️ Siamo il primo paese in Europa per numero di femminicidi, in cui l’anno passato si è chiuso con il bilancio di una donna uccisa ogni 2 giorni, nella maggior parte dei casi da qualcuno che aveva le chiavi di casa, volevamo che il nostro messaggio fosse chiaro.
➡️ Per denunciare la violenza istituzionale, a partire da quella dei tribunali. Nonostante il disegno di legge Pillon non sia passato, la PAS (sindrome d’alienazione parentale) viene utilizzata come dispositivo per criminalizzare e fare violenza alle donne madri, e figl*. Chi decide di denunciare le violenze subite sa che andrà incontro a una doppia violenza da parte delle istituzioni.
➡️ Per denunciare la narrazione mediatica della violenza sulle donne e sulle soggettività lgbtqia+, che a braccetto con la violenza dei tribunali ri-vittimizza, viola e scredita chi le violenze le subisce, mettendo in dubbio la nostra parola e proteggendo il diritto degli uomini a usare legittimamente la violenza su di noi.
➡️ Contro la dilagante obiezione di coscienza, che non permette l’attuazione della legge 194 sull’aborto e che permette a farmacie come la Petri di non fornire la pillola del giorno dopo, nel silenzio assenso delle istituzioni che ritualizzano la violenza imponendoci la maternità forzata.
➡️ Perché vogliamo un accesso alla salute per tutt*. In un quadro generale dove welfare e politiche sociali sono ormai quasi inesistenti le discriminazioni multiple subite dalle donne con disabilità non possono essere la normalità. Tito Boeri, presidente dell’INPS, ha emanato nel 2018 una delibera che introduce tra i criteri di valutazione utili agli incentivi di produttività dei medici le prestazioni per malattia negate e invalidità revocate.
➡️ Per affermare i nostri diritti sul lavoro e la pretesa di un reddito di autodeterminazione, incondizionato e universale, slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, che serva come garanzia di indipendenza economica, e dunque concreta forma di sostegno, per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente (intrafamiliari e lavorative).
➡️ Per non tacere più le umiliazioni dentro le aule di lezione a scuola, o all’università. Luoghi di sofferenza più che di formazione, in cui viene imposta una normalità che annichilisce la persona, anziché farla crescere, che riproduce violentemente i ruoli di genere, anziché metterli in discussione.
➡️ Per svelare il pinkwashing e il greenwashing di multinazionali e aziende che catturano e sfruttano i nostri corpi e i nostri territori per fare profitto.

Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di lasciare dei messaggi sui muri di questa città. Quei bei muri e palazzi in cui ci viene ricordato costantemente che dobbiamo stare al nostro posto, muri dietro i quali si celano le violenze che subiamo quotidianamente, muri dietro i quali nascondere la sofferenza che ci portiamo addosso per non turbare la routine, per non scalfire l’onore delle nostre famiglie, mantenendo un decoro posticcio e artificioso.

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Strade in cui negli ultimi mesi sono avvenuti stupri, intimidazioni, botte e donne massacrate e annichilite, ma non c’è scandalo per queste le violenze, c’è indifferenza o al massimo un po’ di indignazione da superare il prima possibile. Perché sono la normalità, e se la normalità è il problema, noi la vogliamo bucare, rompere e stravolgere.
Abbiamo lasciato tutte quelle parole che non abbiamo potuto urlare in piazza, tutt* insieme.
Parole di rabbia sì, ma soprattutto parole d’amore, parole per dire “sorella non sei sola”. E se oggi non potrò essere ad abbracciarti, a sfilare con te, a ballare con te, a urlare il nostro dissenso verso chi ci vuole silenti, o morte, a camminare insieme per costruire passo dopo passo, occhi negli occhi e mani nelle mani un mondo che sia a misura dei nostri corpi imperfetti e dei nostri sfavillanti desideri, ci saranno almeno le mie parole, le nostre parole.83888612_1693647614110648_8325234524891906048_o
Parole per dire che non ci fermiamo, che la marea è viva e capace di muoversi silenziosamente come una pioggia sottile che accarezza corpi fragili e rumorosamente come un’onda dirompente che travolge tutto ciò che si oppone al nostro volerci vive.