Riprendiamoci i consultori

riprendiamoci

Pubblichiamo di seguito un estratto del documento prodotto dalla Mala Servanen Jin e da Non un di meno Pisa sulla delibera della Regione Toscana che incentiva la presenza delle associazioni anti-abortiste nei consultori, e sui finanziamenti pubblici erogati a questi gruppi. Il documento completo è sfogliabile alla fine dell’articolo, o disponibile in formato cartaceo nelle iniziative di Non una di meno in città.

A poco più di 40 anni dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (Legge 833/1977) il diritto alla salute è sotto attacco: assistiamo al progressivo de-finanziamento e svuotamento dei servizi sanitari pubblici attraverso processi di privatizzazione che favoriscono la proliferazione di mutue private (polizze sanitarie, fondi di previdenza integrativa…) che incrementano il fatturato di compagnie assicurative e strutture sanitarie private. La sanità pubblica rimane l’unico riferimento per le fasce di popolazione più povere, laddove chi invece ‘può pagare’ ha l’alternativa delle prestazioni in intramoenia o della sanità privata che garantisce procedure rapide e, in sempre più ampi settori, di qualità.

In questa cornice anche i consultori pubblici, un tempo spazi di autodeterminazione e autocoscienza, diventano quasi dei poliambulatori dove sempre meno spazio è lasciato alla salute e al benessere della persona nell’ambito delle relazioni affettive e personali. A fronte di aumentati compiti e servizi affidati ai Consultori (non ultima quella di supporto alle donne vittime di violenza), non è seguito infatti un aumento proporzionale della dotazione finanziaria, ma anzi la strumentazione è spesso carente e il numero degli/delle operatrici è rimasto pressoché invariato con conseguente aumento del carico di lavoro e quindi un impoverimento della qualità del servizio.

La pubblicazione a novembre della Delibera della Regione Toscana sulla contraccezione (n. 1251 del 12.11.2018) ci aveva fatto sperare in un rilancio dei consultori per l’educazione alla salute sessuale e riproduttiva e per l’accesso alla contraccezione gratuita. Ma ci siamo presto ricredute.

La delibera prevede che ragazze e ragazzi tra i 14 e i 25 anni, donne tra i 26 e i 45 anni con determinati codici di esenzione, e donne sotto i 45 anni che abbiano scelto la contraccezione nei 12 mesi successivi al parto o nei 24 successivi all’IVG, abbiamo accesso GRATUITAMENTE a differenti metodi contraccettivi: metodi barriera, spirale, pillola, cerotto e altri ancora, oltre ovviamente alla contraccezione di emergenza (la cosiddetta “pillola del giorno dopo”). Questi, sempre a leggere la delibera, devono essere disponibili nei consultori, negli ambulatori ostetrico-ginecologi delle aziende sanitarie e nelle farmacie.

E invece, a distanza di poco più di 5 mesi, i consultori si trovano costretti a utilizzare i (pochi) fondi propri per acquistare quantità minime di contraccettivi a fronte di un’utenza potenziale di diverse migliaia di aventi diritto, di fatto non attuando la Delibera! E questo perché la Regione ha demandato l’attuazione alle Aziende sanitarie, specificando anche che “gli eventuali oneri aggiuntivi […] dovranno essere riassorbiti nei bilanci delle Aziende sanitarie attraverso la razionalizzazione della spesa sanitaria corrente”. In sintesi: se le Aziende sanitarie aumentano la spesa in contraccettivi, dovranno poi ‘razionalizzazione=tagliare’ altre voci di spesa!

E mentre i consultori investono i fondi propri per acquistare 1.000 preservativi (questo il primo acquisto del consultorio di Pisa nel mese di marzo) veniamo a sapere che circa 1 anno e mezzo fa l’Assessora Saccardi siglava un’altra Delibera (n.1186 del 30.10.2017) per stanziare 65.000 euro all’anno per 3 anni a favore del Forum toscano delle associazioni per i diritti della famiglia per la promozione di azioni di sostegno alle famiglie. Pochi mesi dopo, il 29 gennaio 2018 Regione e Forum toscano firmavano un accordo per definire gli ambiti specifici del piano triennale di collaborazione.

La Regione non stanzia fondi per la contraccezione forse proprio perché li ha già impegnati per la rete di associazioni ‘pro-life’? Al di là dei 195.000 euro, ciò che è gravissimo è l’apertura che la Regione fa alla associazioni del Forum Toscano, associazioni d’odio tra le quali il Movimento per la Vita è la più nota.

E forse a scongiurare una possibile accusa di ‘far entrare i pro-life nei consultori’, la Regione si premura di lasciarli nelle loro sedi, e di istruire un percorso per cui sono proprio le operatrici del Consultorio pubblico a ‘suggerire’ alle utenti di rivolgersi alle associazioni del Forum toscano.

Vediamo in breve obiettivi e strumenti dell’Accordo:

  • Rafforzare ruolo e compiti del Consultorio Familiare per la componente socio-relazionale (art. 1)

Oltre alla tutela della salute della donna e del concepito, il consultorio ha come scopo l’assistenza psicologica e sociale per una maternità e paternità responsabile, per i problemi della coppia e della famiglia, incluse le problematiche legate ai minori (art.1 L. 405/1975).

A partire da un’indagine pubblicata nel 2012, la Regione rileva la crescente richiesta di servizi di accoglienza e di percorsi di sostegno di singol*, coppie, donne e mamme in difficoltà, di sostegno nelle relazioni familiari, genitorialità e nelle richieste di mediazione familiare.

  • Sostegno alle maternità difficili nel PERCORSO NASCITA e di PREVENZIONE DELL’IVG (art.2) e PERCORSO IVG (art. 3)

I Consultori hanno il compito di sostenere la donna che scelga di interrompere la gravidanza e quando invece la gestante scelga di portarla avanti, devono offrire tutti gli aiuti necessari a superare eventuali ostacoli economici, sociali, o familiari (artt. 2 e 5 della Legge 194/1978).

La novità introdotta dall’Accordo è che sia il personale del Consultorio non solo a informare la donna sulle opportunità di sostegno alternative all’IVG, ma che siano le/gli stesse operatrici/tori a contattare il referente del Centro di aiuto alla Vita (CAV) del territorio per concordare insieme “le progettualità sui bisogni individuati”.

Sulla base di una presunta parità di accesso ai servizi, il personale del Consultorio pubblico non solo promuoverà i servizi offerti dalla rete del Forum, ma pubblico e privato cattolico opereranno in stretta sinergia per supportarla durante la gravidanza e dopo il parto.

  • Sinergia servizio pubblico/associazioni sul territorio (art.4)

L’ultimo punto dell’Accordo evidenzia le modalità di supporto alle nella ricerca di opportunità lavorative e di alloggio, accoglienza in famiglia, case-famiglia e altre forme di ospitalità, sostegni economici, assistenza legale e fiscale in raccordo con i servizi presenti sul territorio, mediazione familiare, supporto alla genitorialità. Dai CAV, ai centri ACLI passando per il Movimento Cristiano Lavoratori le donne potranno sfruttare la capillare rete territoriale di centri cattolici.

  • Area educativo formativa (All. A)

L’area di intervento della rete dei Forum si estende all’area educativo formativa per la “promozione di un modello multiculturale e multietnico nella scuola dell’obbligo in una visione collaborative tra scuole e famiglie”; nella prevenzione dei disagi sociali e relazionali dei “ragazzi preadolescenti nella fase più sensibile della loro maturazione affettiva e sessuale” in collaborazione con genitori e scuole; per l’alfabetizzazione alla lingua italiana per stranieri; per l’ uso responsabili dei media da parte dei genitori, minori e preadolescenti

Tutta la cornice dell’Accordo costruisce una sorta di ‘gerarchia’ dell’IVG, in cui l’unico motivo considerato degno di attenzione è la difficoltà economica della donna interpretata esclusivamente quale ‘madre potenziale’. Nell’ipocrisia di affermare la necessità di attuare interamente la Legge 194, si dimentica l’autodeterminazione delle donne: solo noi possiamo decidere se e quando diventare madri, senza ruoli da interpretare, senza motivi validi da trovare. Il carico pesante dell’obiezione di coscienza e questa visione miserevole e pietistica delle donne, lungi da attuare la 194 ne vorrebbero segnare il definitivo svuotamento.

LOTTEREMO FINO A QUANDO LA REGIONE NON ANNULLERA’ L’ACCORDO!

Perché i Consultori pubblici NON possono condividere con le strutture cattoliche né linguaggio né modalità di accoglienza: quale linguaggio comune laddove la libertà della donna è in un caso la possibilità di scegliere e autodeterminarsi, e per i pro-life quella stessa libertà finisce quando c’è “un feto” da tutelare, a costo di sacrificare la vita della donna.

E quale grammatica comune sul termine ‘famiglia’? Sarebbe certamente inopportuno che anche la Regione aderisse all’idea di famiglia ‘naturale’, eterosessuale, fondata sul matrimonio, di cui parlano le associazioni del Forum. Risulta paradossale che proprio mentre si rileva, come fa la Regione, la complessità delle attuali relazioni cosiddette “familiari”, si sorvoli sui dati di realtà per indirizzare chi si rivolge alle strutture consultoriali pubbliche verso quelle ideologicamente costruite sull’idea fondamentalista della famiglia “naturale”.

Perché una volta che i servizi sono fuori dalle mura la Regione non potrà controllare che all’interno delle sedi delle associazioni della rete del Forum la consulenza sia ispirata a principi di laicità e non sia condizionata all’adesione alla fede cattolica, e al tempo stesso sarà difficile verificare che le professionalità messe a disposizione dalla rete del Forum siano altrettanto qualificate di quelle entrate nel pubblico per concorso,

Perché il Consultorio pubblico, proprio perché PUBBLICO, nella prestazione dei propri servizi non può fare riferimento al privato, e mai al privato cattolico: per superare le situazioni di disagio socio-economico devono essere i Comuni, la Società della Salute, e tutte le altre strutture territoriali a informare le donne di quali siano i loro diritti, segnalando i servizi e le prestazioni garantite dal servizio pubblico, e NON dalla carità cristiana, per superare tali condizioni di disagio.

Vogliamo avere la possibilità di scegliere liberamente se essere madri, senza essere condizionate da vincoli economici, e invece alla carità veniamo indirizzate da un sistema istituzionale che organizza il welfare unicamente intorno alla famiglia, privandoci di un accesso personale alle risorse. Questo comporta una spirale di dipendenza dalla famiglia che impedisce la crescita di autonomia e autoderminazione.

Perché rifiutiamo lo smantellamento della scuola pubblica attraverso l’esternalizzazione di ambiti formativi ai quali deve provvedere la scuola, pubblica e laica: questa esternalizzazione prende le forme di accordi coi poteri reazionari e al contempo innovativi che si trovano nel nostro paese. Dietro questi progetti si intravede chiaramente un tentativo di legittimare degli aspetti di questa società che permetteranno alle aziende, allo Stato, alle istituzioni di continuare a fare profitti e tentare di accantonare le istanze di cambiamento che le donne e i giovani mettono in campo ogni giorno. Per questo motivo l’ambito della formazione è centrale tanto quanto quello della maternità.