Venom, azione iper-violenta e una sfrenata dose di ironia

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Pubblichiamo una recensione di “Venom” tratta da bestmovie.it; il film sarà proiettato al Newroz giovedì 8 novembre durante la rassegna Newroz coming Soon…

Il reporter d’assalto Eddie Brock (Tom Hardy), nel tentativo di portare a galla alcune sperimentazioni illegali sugli umani, vede la sua vita andare in frantumi. Come se non bastasse viene anche contagiato da un organismo alieno, chiamato simbionte, che aumenta a dismisura la sua forza fisica ma gli provoca anche una fame incontrollabile, spasmi e un senso di eccitazione e fibrillazione mai visto prima. Finirà col trasformarsi nel terrificante e famelico Venom…

Il film che Ruben Fleischer, il regista di Benvenuti a Zombieland e Gangster Squad, ha dedicato al villain forse più amato e affascinante dell’universo fumettistico di Spider-Man presentava, in partenza, una sfida non da poco: costruire un intero arco narrativo a misura di cattivo senza scrupoli, un supereroe iper-violento posseduto da un organismo altro, che lo spinge alle soglie di una doppiezza impossibile da tenere a bada.
L’avevamo già visto, ma con risultati un po’ anonimi, in Spider-Man 3 di Sam Raimi, il meno fortunato e ispirato della trilogia del regista dedicata all’Uomo Ragno, e lo ritroviamo qui con addosso i muscoli possenti e il ghigno macho di Tom Hardy (uno che dal frigo prende sempre due birre, rigorosamente). Il suo andamento scanzonato e corpulento, spaccone e sornione ma anche nichilista e disperato, è il cuore di un’operazione che provvede a non ammorbidire la natura di Venom, restituendone il magnetismo, l’impatto, la fisicità barcollante. Sporcando tutto ciò, allo stesso tempo, con un quintale di politicamente scorretto alla Deadpool, a cavallo di un contagio da horror tra la Malesia e San Francisco, in cui sia la scienza che il giornalismo non dormono mai.

La sceneggiatura, come d’abitudine per la linea editoriale del Marvel Cinematic Universe, fa il pieno di ironia, anche di grana grossa, per consentire a Hardy di gigioneggiare il più possibile, sia nei frangenti in cui ruota tutto intorno al suo carisma sia in quelli in cui Eddie è subalterno al mostro che lo abita, in un mix di schizofrenia e follia. Un dualismo contrastato che emerge molto bene nella scena action più emblematica del film, in cui il simbionte letteralmente si sdoppia e gli effetti speciali danno vita alla temibile massa cannibale della creatura attraverso piroette, evoluzioni aeree, incroci impossibili e pazzoidi, momenti hard rock.

Venom, da questo punto di vista, è una sorta di punto d’incontro tra i codici tipici del blockbuster Marvel e i bicipiti di Hardy, un alieno anch’egli dentro questo universo narrativo e tematico nonostante le sue partecipazioni a Il cavaliere oscuro – Il ritorno e Mad Max: Fury Road. Così tanto da far prendere al film traiettorie sconsiderate e inaspettate, in cui il rischio di rimanere sorpresi da trovate estreme e fuori di testa (la scena del ristorante, ad esempio) e momenti inaspettatamente intimisti e romantici, che coinvolgono ovviamente la fidanzata di Eddie, Anne Weying, interpretata da Michelle Williams, è sempre dietro l’angolo, magari armato di denti aguzzi a caccia di organi e teste da razziare e trasformare in spuntini.

Le scene post-credits aprono senz’altro la strada ai possibili sequel (sono due e sono rivelatrici anche sul versante animato dello Spider-verso). Non sappiamo se Venom sarà un nuovo Wolverine, ma di sicuro la materia da esplorare, anche in scia a questo primo, a tratti dissacrante capitolo (molto snello nella durata netta: 90 minuti o poco più) è ancora molta. A cominciare dalle paure profonde del personaggio, dalla sua spirale da brividi priva di baricentro, che a questo giro cede più volentieri il passo a minacce globali da scienziati pazzi con l’alibi dell’evoluzione umanitaria (il Carlton Drake di Riz Ahmed) e soprattutto ai siparietti e alle punch-line a effetto tra Eddie e Venom, con più sghignazzi che frustrazione.

Il cuore della storia rimane però, essenzialmente, una questione di doppie morali che si guardano allo specchio: quella spregiudicata dell’Eddie giornalista e quella disumana del suo potentissimo nemico, ma sopratutto il legame intossicante e inebriante tra un cronista senza barriere etiche e i suoi istinti bassi, mostruosi e convulsi al di là di qualsivoglia ambizione. Probabilmente ben prima dell’avvento del parassita.