Verso lo sciopero delle assistenti sociali: l’ultimo anello può scuotere la catena

sciopero

Domani, 10 gennaio, è previsto uno sciopero delle assistenti sociali dipendenti della cooperativa Agape, con un presidio a Fornacette presso la sede della cooperativa (che ha già minacciato ripercussioni). Gli assistenti sociali sono spesso coloro a cui viene delegato il compito di far digerire agli “utenti” le misure di austerità e controllo camuffate da elemosina. Uno sciopero di questa categoria potrebbe avere effetti positivi, a patto che non divenga solo un momento di rivendicazione corporativa ma che metta in discussione l’intero impianto attuale del servizio sociale. Pubblichiamo a riguardo un comunicato della Mala Servanen Jin.

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L’ultimo anello può scuotere tutta la catena: alle assistenti sociali
Il 10 gennaio alcun@ lavorat@ del servizio sociale, dipendenti della cooperativa sociale onlus Agape impiegat@ presso la USL Toscana Nord Ovest della Zona Pisana – Valdera, hanno indetto uno sciopero contro i carichi di lavoro eccessivi, il cambio della sede e dell’area di intervento. La richiesta è il rispetto dei diritti sindacali da parte della Cooperativa Agape, turni di lavoro sostenibili, mantenere le proprie sedi e aree di intervento. Di seguito una riflessione che riprende la lettera alle e agli assistenti sociali del 2017. Ogni giorno ci troviamo a confrontarci con una doppia violenza, nella società e nelle istituzioni, e ogni giorno ci organizziamo per combatterla rifiutando di sottostare a umiliazioni e discriminazioni. Ci siamo trovate al di là delle scrivanie delle lavoratrici che sciopereranno, queste parole sono rivolte anche a loro perché nulla cambierà per qualcuna se tutto non cambierà per tutte.
Il Servizio Sociale dovrebbe aiutare le persone a riconquistare autonomia, integrazione e autodeterminazione. L’accesso dovrebbe essere senza discriminazioni di genere e provenienza. Il rapporto dovrebbe essere avalutativo, senza giudizi di valore. Le soluzioni adeguate a ciascuna persona, non standardizzate. L’obiettivo non dovrebbe essere solo quello di “intervenire sull’emergenza”, ma quello di realizzare un percorso insieme alla persona, valorizzando le sue risorse, sostenendola nel raggiungimento di una soddisfacente qualità di vita e rendendo esigibili i suoi diritti.
Purtroppo, nella nostra quotidianità tutto ciò è una chimera. I tre mandati -istituzionale, professionale e sociale- in forza dei quali l’assistente sociale dovrebbe agire, non vengono rispettati e valorizzati. Ad essere valorizzati sono soltanto bilancio, spese e budget.
Siamo donne, alcune con famiglie a carico, sfruttate, precarie; altre con un lavoro più o meno dignitoso ma sempre sfruttate e oberate di responsabilità. Perché ci rivolgiamo al Servizio Sociale?
Cerchiamo i servizi che ci potrebbero garantire un po’ di tempo, serenità e autonomia: contributi per l’affitto, buoni spesa, trasporti pubblici e scolastici, servizi per l’infanzia, contributi per cultura e sport, servizi per anziani e disabili.
Veniamo sballottate da un ufficio all’altro, compiliamo fogli e domande ma senza mai riuscire a migliorare le nostre condizioni. Questi servizi non ci sono, e quando ci sono l’accesso o è limitato o non c’è informazione, come fossero un tesoro nascosto.
Tutte, a prescindere dalla nostra storia, veniamo giudicate e poche sono le soluzioni di autodeterminazione che ci vengono proposte.
Quando ci ritroviamo in delle situazioni personali di violenza fisica e/o psicologica queste vengono trattate in maniera superficiale, fin dall’accesso: i Regolamenti diventano dei muri che ci inchiodano in quella situazione da cui vorremo uscire. I mattoni di questo muro sono: il sistema di accesso legato alla residenza e all’ISEE (conteggi non rispecchianti la realtà delle condizioni economiche attuali).
Questo sistema di accesso fa violenza doppiamente: avere la residenza in un Comune o in un altro (c’è anche chi non l’ha proprio!) condiziona ogni possibilità di accesso ai Servizi, anche nei casi di violenza.
Quando riusciamo ad accedere non ci sono le risorse: soluzioni abitative, economiche, lavorative che ci permettano di ricostruire la nostra vita senza il ricatto e la violenza della persona che ci tormenta.
Negli anni le risorse destinate al sociale sono state erose. Il bisogno di servizi emergenziali (abitativi e alimentari, contributi per distacchi utenze) e di cura a lungo termine (per disabilità, infanzia, anzianità) aumentano i carichi di lavoro, che sappiamo essere dei carichi pesanti, perché li viviamo ogni giorno.
La nostra vita è tutta un carico pesante, e lottiamo perché non lo sia.
Sappiamo che le e gli assistenti sociali sono l’ultimo anello della catena di quello che una volta era il welfare.
Noi siamo l’ultimo anello del sistema che accede a quello che una volta era il welfare.
L’ultimo anello può scuotere tutta la catena.
Per smettere di accettare questo sfruttamento abbiamo bisogno che gli e le assistenti sociali facciano la loro parte, smettendo di far valere le voci di spesa di un bilancio più delle nostre vite. Le risorse e i regolamenti devono servire a colmare i bisogni non a procrastinarli nel tempo.
Non siamo scroccone, vogliamo poter vivere la nostra vita e i nostri affetti non come un lavoro e uno sfruttamento ma con amore.
«Vogliamo chiamare lavoro ciò che è lavoro in modo da poter scoprire che cosa è l’amore».
Mala Servanen Jin – Casa delle donne che Combattono