Il ruolo dell’università nell’escalation militare

divulgati gli accordi tra Università di Pisa e settori militari

A partire dalla mobilitazione della rete RiseUp4Rojava-Pisa dello scorso inverno, che ha visto occupazioni, assemblee e iniziative partecipate in ambito universitario e cittadino, si è avviata una lotta per demilitarizzare l’Università di Pisa, con la rivendicazione chiave di  desecretare e stralciare gli accordi che questa ha con aziende militari e settori della difesa. A febbraio, grazie alla pressione della mobilitazione è stata avviata dagli organi di UniPi un’istruttoria interna che ha portato all’individuazione e alla comunicazione di alcuni degli accordi che l’Università ha intrattenuto con la filiera militare dal 2018 al 2022.


Le informazioni che l’Università ha divulgato sono parziali, sia rispetto all’arco temporale preso in considerazione, sia rispetto alla dimensione strutturale della connessione che il sistema formativo universitario ha con la guerra e la sua cultura: le relazioni tra università e guerra sono sempre più sistematiche e capillari in tutti gli atenei italiani, in termini di accordi, di saperi trasmessi e rispetto al tema del “dual use”, in cui è ancora più difficile rintracciare legami e differenze tra ricerca “civile” e ricerca “militare”. Le università italiane sono infatti coinvolte in 67 progetti di ricerca e formazione con aziende private del comparto bellico (85 aziende, di cui circa la metà non è nota) e istituzioni militari. 

Allo stesso tempo, gli accordi divulgati sono indicativi di una relazione forte e articolata in più ambiti tra ricerca accademica e ricerca militare nell’Ateneo pisano, mostrando come l’università sia un elemento fondamentale dell’escalation militare in corso: negli ultimi anni è incrementato e continua a crescere l’investimento di risorse economiche, umane, formative, materiali a vantaggio della proiezione militare dello Stato italiano negli scenari di guerra e per la militarizzazione interna, che coinvolge in maniera capillare gli ambiti formativi di ogni grado. Un passaggio essenziale per ostacolare questa corsa alla guerra e al riarmo è desecretare le informazioni relative alla produzione e riproduzione di questo meccanismo, a partire dai luoghi di elaborazione dei saperi necessari allo sviluppo tecnologico, ideologico e scientifico militare. Imporre il segreto su queste conoscenze è funzionale al mantenimento di una distanza tra le decisioni sulla guerra e la sua filiera e le persone che ne subiscono le conseguenze. Per questo, desecretare gli accordi tra università e ambiti militari è un passo importante nella direzione di contestarli ed eliminarli.

Nello specifico, gli accordi divulgati dall’Università di Pisa consistono in convenzioni con l’Accademia Navale e il Ministero della Difesa (per corsi di studi e ricerche su immagini satellitari, sistemi sonar ed effetti di esposizione a onde elettromagnetiche); con aziende come GE Avio (azienda specializzata in progettazione, produzione e manutenzione di sistemi per l’aeronautica civile e militare); Leonardo SpA (prima azienda d’armi in UE e dodicesima nel mondo, per analisi laminati e ricerche su materiali a bassa osservabilità, funzionali al rendere meno osservabili dispositivi e tecnologie impiegate a uso militare e non individuabili dalle parti nemiche); MBDA Italia SpA (azienda leader su scala globale specializzata nel settore dei sistemi missilistici per terra, aria e mare, rispetto a ricerche su propellenti solidi, solitamente impiegati per alimentare razzi); HPE COXA (azienda con specializzazione, tra le varie, anche nella manifattura di precisione nel settore difesa e aerospazio); Pietro Beretta SpA (fabbrica di armi vendute in tutto il mondo, anche e soprattutto a governi riconosciuti internazionalmente come autoritari e violenti); Simmel Difesa SpA (azienda di produzione di munizioni per fanteria e marina, facente parte di Nexter Group, consorzio industriale francese produttore di armamenti di ogni tipo). A ciò si aggiungono ricerche in convenzione con il Centro Interdipartimentale di Studi e Ricerche Storico-Militari. L’importo complessivo di questi contratti, non tutti peraltro stipulati dietro corrispettivo economico, supera il milione di euro.
Questa lista, che non riassume il rapporto tra università e guerra, ma ne esprime alcuni aspetti, è paradigmatica della connessione tra Unipi e  le aziende militari e offre i primi strumenti per lottare affinché questi accordi vengano cancellati.

Per demilitarizzare l’università è necessario non cessare mai di approfondire questa relazione. Basta andare indietro negli anni, allargando il focus temporale, per vedere che sono molto più vasti e articolati i legami tra università e mondo bellico: solo tra 2010 e 2018, infatti, sono stati individuati finanziamenti da parte del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per progetti di ricerca, conferenze, seminari e workshop con le università italiane per una cifra di circa 15 milioni di dollari. Nel caso di UniPi, sono stati attivati 6 progetti di ricerca entro questo tipo di finanziamenti. A ciò si aggiungono le miriadi di progetti “ambigui”, che rientrano nell’ambito del “dual use” e frequenti nei settori tecno-scientifici, il cui ruolo nella filiera bellica è ancora occultato; lo stesso vale per le iniziative di carattere seminariale, job meeting, conferenze che non rientrano strettamente in un piano di convenzioni e accordi finalizzati alla ricerca, ma che orientano alla cultura della guerra gli indirizzi scientifici delle università (solo a Pisa, sono frequenti iniziative di orientamento al lavoro in cui presenziano Leonardo, Fincantieri e molte altre aziende legate al comparto militare). 

Desecretare alcuni degli accordi tra Università di Pisa e ambito bellico, è solo un primo piccolo passo nell’opposizione all’escalation bellica: perché la volontà espressa dall’Ateneo di mettere in discussione questi legami sia sostanziale, c’è bisogno di lottare anche affinché, nel contesto di guerra che stiamo vivendo, non ne vengano stipulati di nuovi e in maggior numero. È necessario invece muoversi perché l’Università vada in direzione di una reale demilitarizzazione cancellando quelli che ha già, e manifestando una concreta incompatibilità con il mondo della guerra.

Per opporsi all’escalation militare, sarà centrale anche costruire spazi di discussione e formazione differenti, in cui tematizzare le forme di trasmissione della conoscenza, i suoi fini e i suoi contenuti spesso razzisti, patriarcali e coloniali;  immaginare in ambito universitario una formazione alla cura e al dialogo e non alla disciplina e alla prevaricazione; acquisire collettivamente le conoscenze utili a contestare la militarizzazione della formazione e opporvi delle alternative e dei saperi funzionali alla trasformazione della realtà e a un bisogno di formazione che non sia strumentalizzato e manipolato per la guerra. 

Un’occasione importante per affrontare questi e molti altri temi sarà il campeggio dal 13 al 16 luglio “Fermare l’escalation” a San Piero a Grado in località Tre Pini, organizzato dal Movimento No Base –  né a Coltano né altrove e da molte altre realtà che in tutta Italia hanno espresso la volontà di costruire un processo per fermare la tendenza alla guerra, in cui discutere e organizzarsi a livello nazionale per combattere l’escalation bellica in ogni territorio e in ogni ambito della nostra vita.