Parliamo della luna, non del dito

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Riportiamo di seguito il testo presentato ieri alla conferenza stampa lanciata dagli studenti e dalle studentesse in Piazza dei Cavalieri. Dopo la protesta di lunedì, ieri, data dell’ultimo concerto del festival La solitudine dei numeri Primi, la piazza è stata blindata da forze dell’ordine in assetto antisommossa. Davanti a questa debolezza del governo cittadino, le cui uniche risposte erano e sono le forze dell’ordine, i e le giovani hanno invece voluto esprimere la loro voce oscurata in questi giorni di dibattito.

PARLIAMO DELLA LUNA, NON DEL DITO

L’altro giorno siamo entrati in Cavalieri, al concerto di Vinicio Capossela. Giusto o sbagliato? Non lo sappiamo. Sappiamo di per certo che quell’azione ha sollevato un problema, ed è quello che volevamo.

Quale è questo problema?

A Pisa abitano decine di migliaia di studenti, pisani e fuorisede, che costituiscono un elemento fondamentale dell’economia di questa città: tra gli affitti, le tasse universitarie, le spese portiamo in città un flusso di denaro enorme e costante. E la città attinge a piene mani dalle nostre tasche, cercando ogni volta di farci pagare un po’ di più, di mettere a valore le nostre vite. Tanto per cui la maggior parte di noi è costretta a lavorare (in lavori precari, spesso a nero e senza garanzie), sottraendo il tempo allo studio e allungando il tempo che ci serve a costruirci la nostra indipendenza: altri affitti, altre tasse, altre spese da pagare.

È la normalità della società in cui viviamo. Ma in questo contesto ci piacerebbe quanto meno avere più voce in capitolo. Perché è importante anche discutere di come e per chi viene organizzata la città, i suoi spazi, anche le sue piazze. È una scelta politica. In questo contesto la decisione di organizzare la rassegna Numeri Primi, in Piazza dei Cavalieri, con i biglietti a un prezzo alto e una piazza pubblica chiusa con ombreggianti e transenne non uno, ma dieci giorni di fila, è una scelta che esclude una parte della popolazione che vive questa città e che vive quella piazza.

Il problema non è l’evento singolo: è una scelta politica che fa parte di un meccanismo più ampio. Per noi è in continuità con le ordinanze, proprie già della precedente amministrazione, che vietano di sedersi sugli scalini o di suonare uno strumento per strada, con la scelta di innaffiare la piazza con le idropulitrici per non farci stare lì, sprecando metri cubi di acqua pur di non farci passare una serata in un posto che non sia un bar. Veniamo sempre considerati un problema da gestire, e mai come una parte della città che ha diritto a mettere bocca su come si organizza la propria vita, dove si trascorre il proprio tempo libero – quel poco che abbiamo. Non parliamo solamente di noi universitari, dei giovani lavoratori precari, degli artisti di strada, ma anche degli studenti delle superiori – i quali quest’inverno hanno preso parola con l’occupazione di tutte le scuole di Pisa provando e riuscendo a rimodellare i tempi e gli spazi di una „formazione“ obbligatoria sempre più opprimente.

Con l’azione di lunedì volevamo aprire questo tipo di dibattito. Chi decide sulle nostre vite, su quelle di tutti? Vogliamo un modello di città che sia costruito sulle esigenze di tutti, e non un modello di città che esclude.

È questo che contestiamo: non Vinicio Capossela, non la sua musica, nemmeno il costo eccessivo di un biglietto. Sarebbe semplificazione. Abbiamo contestato, e contestiamo, una gestione della città in mano ai soliti interessi, quelli di chi sta facendo da anni soldi sulle nostre spalle e ne vuole fare ancora di più, trattandoci come pedine in una scacchiera di città, da muovere come vuole. Ogni sera, una piazza diversa in cui consumare, spendere per godere di qualcosa di diverso. Birre, panini, musica, cultura.

Noi abbiamo il coraggio di chiamarla gestione di una città in cui veniamo spostati come se fossimo rifiuti ingombranti e anche un po’ molesti. Una città che mandiamo avanti noi ma in cui non contiamo niente. Bene, da qua è una promessa: dalla gestione delle piazze all’“offerta culturale“, agli affitti delle case, alle tasse universitarie, alle condizioni di lavoro… a queste condizioni non ci stiamo, ci stiamo organizzando per contare di più. Se pensavano di non fare i conti con noi, comincino a farli.