Le riforme che distruggono la sanità pubblica

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Nel mese di Agosto è stato approvato alla Camera il decreto legge “Enti Locali” che prevede tagli al fondo sanitario di 2,3 miliardi di euro per il 2015. Il Ministro Lorenzin si giustifica annunciando che si tratta di un risparmio, cercando di mettere a tacere il legittimo timore che a farne le spese non sarà il sistema corrotto di appalti, ma saremo noi, e a guadagnarci sarà la sanità privata e il mondo delle assicurazioni.

Il budget sanitario italiano dovrebbe aumentare di anno in anno, per l’introduzione di nuove tecnologie e a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Invece in Italia cinque anni fa la spesa sanitaria rappresentava il 9,3 per cento del Pil, nel 2014 solo il 6,9.

Dove saranno i tagli? La prima stretta riguarderà la riduzione di “esami inappropriati” come alcune analisi, risonanze e affini (180 prestazioni su 1700) erogate dal servizio sanitario nazionale saranno a carico dell’assistito. Con una serie di eccezioni (che poi verranno definite).
Un altro provvedimento riguarderà la figura del Medico che sarà limitato nella prescrizione di esami e qualora un esame dovesse risultare “inappropriato” verrà punito con un taglio dello stipendio. Una sanzione del genere costringerà il medico a non fare prevenzione, a non verificare fino in fondo i sintomi dei pazienti, per fornire una diagnosi superficiale ma economicamente conveniente per il Servizio Sanitario Nazionale. La scappatoia sarà prescrivere su tre prestazioni da fare, una a carico del SSN e due a carico del paziente. Ma in quanti avranno i soldi per pagarsi un esame privato?

Il rischio reale è che ci rimetta la salute di ampie fasce di popolazione. Già nel 2012 le statistiche dicevano che nove milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per questioni economiche.
Questi dati non potranno che peggiorare, aggravati dalla riforma del nuovo Isee che include nel calcolo del reddito, le pensioni di invalidità e le indennità di accompagnamento. Una misura che mette seriamente a rischio la possibilità, per molti disabili, di usufruire gratuitamente o a costi contenuti, di una serie di servizi pubblici forniti proprio sulla base della situazione reddituale delle famiglie, costringendo migliaia di famiglie prima esenti ad dover pagare tutti i ticket.
Altre voci di taglio riguardano la riduzione dei ricoveri, la chiusura delle case di cura con meno di 40 posti letto, l’eliminazione di 15 centrali operative del 118 e la rinegoziazione del prezzo dei farmaci con le aziende che riforniscono il SSN. Contro queste misure i sindacati dei medici hanno dichiarato lo stato di agitazione della categoria fino allo sciopero nazionale per Novembre insieme con gli altri operatori sanitari.

Il Decreto Legge nazionale arriva dopo la riforma regionale della sanità, provvedimento preso in fretta e furia dalla Giunta regionale toscana a fine mandato, che prevede effetti disastrosi per il SSR.

La Toscana è la regione con la percentuale più alta di partecipazione da parte dei cittadini alla spesa sanitaria pubblica, a causa dei ticket introdotti negli anni scorsi dall’amministrazione Rossi; è la stessa regione del buco di 400 milioni di euro dell’Asl di Massa, per il quale molti dirigenti (e lo stesso Rossi) sono ancora indagati; ed è la stessa che ha subito un taglio di più di 4800 posti letto dal 2000 ad oggi (-27%) e dove il blocco del turn-over ha provocato una carenza di 1,5 infermieri ogni 1000 abitanti rispetto agli standard OCSE.

In questo quadro la riforma, sbandierata come “l’unico vero modo per salvare la Sanità Pubblica e mantenere il livello di qualità attuale”, appare invece da subito come un attacco vero e proprio nei confronti della qualità del pubblico in favore degli investimenti privati. Non è un caso che non sia passata attraverso alcun processo partecipativo, contrariamente alle dichiarazioni iniziali.

La riforma, che si propone l’obiettivo di tagliare complessivamente 350 milioni di euro, prevede ad esempio la diminuzione delle Aziende Unità Sanitarie Locali dalle attuali dodici a tre, una per Area Vasta (Asl Nord-Ovest dalla fusione delle Asl di Pisa, Livorno, Massa Carrara, Viareggio e Lucca; Asl Centro dalla fusione delle Asl di Firenze, Pistoia, Prato ed Empoli; Asl Sud-Est dalla fusione delle Asl di Siena, Arezzo e Grosseto); questo provvedimento passerà attraverso il commissariamento delle attuali Asl e dei livelli dirigenziali delle Aree Vaste. Questi commissari (e vicecommissari, tutti nominati dal Governatore Rossi), che percepiranno gli stessi compensi dei dirigenti attuali, dovrebbero traghettare il SSR da ora all’inizio del 2016 verso la riorganizzazione, che, secondo i proclami della Regione, snellirebbe i livelli dirigenziali “eliminando strutture organizzative ridondanti, le eccedenze e gli sprechi”. In realtà, dati alla mano e al di là della propaganda elettorale meschina, si andrà incontro ad un accentramento del livello decisionale, con addirittura un aumento di numero dei dirigenti che fanno parte della “catena di comando”. Tutto ciò appesantirà inevitabilmente i meccanismi burocratici della sanità regionale, determinando un suo generale peggioramento.

Ma se dalla riduzione del numero di Asl non ne deriva un risparmio, da dove verrà il risparmio annunciato? Da una serie di provvedimenti volti alla razionalizzazione delle risorse e del personale. Per quanto riguarda le risorse verranno considerevolmente diminuiti i presidi sanitari ed i farmaci acquistati dal SSR (circa 50 milioni di euro in meno), quindi una diminuzione della qualità dell’assistenza garantita alla popolazione.

Il taglio più consistente verrà dalla riorganizzazione del personale che i commissari, investiti dal Governatore di pieni poteri, opereranno in completa autonomia. Si calcola che la sanità toscana perderà circa 1500 unità, tra medici, infermieri ed operatori sanitari. Lo strumento per operare questi tagli sarà la possibilità di prepensionamento con i criteri pre-riforma Fornero per coloro che ne hanno le caratteristiche necessarie: i fascicoli dei dipendenti in questione sono già stati presentati all’INPS! Rossi, ha rincarato la dose dichiarando ad un quotidiano online che per sostituire i numerosi infermieri colpiti da burnout (malattia professionale, dovuta anche alle condizioni di stress lavorativo) si sarebbe potuto attingere alle schiere di “giovani e volenterosi operatori socio sanitari”, i quali però non hanno le competenze per svolgere il lavoro dei colleghi infermieri. Uno scempio del Servizio Sanitario Regionale in piena regola, che porterà inevitabilmente le classi medio-alte a rivolgersi a strutture private che potranno offrire qualità migliore quasi allo stesso prezzo.

Il taglio scriteriato al personale ha ovviamente suscitato molte critiche, data la carenza in cui versano le strutture toscane. Infatti la riforma approvata è stata duramente attaccata da tutti gli “addetti ai lavori”, che, ingannati dalla promessa di un processo partecipativo, si aspettavano ingenuamente che i tempi per uno stravolgimento tale del SSR non avrebbero dovuto sottostare alle logiche elettorali. Rossi, proprio come Renzi, non ammette critiche, va come un treno, senza curarsi dei pareri di sindacati, degli ordini professionali, né tanto meno dei diretti interessati: i cittadini toscani. Nei prossimi mesi, tra i tagli a livello nazionale e il “riordino” regionale, ci sarà uno sconvolgimento delle attività che subiranno rallentamenti e un aumento dei costi che verrà scaricato sui cittadini, i quali, in compenso, si ritroveranno di fronte a servizi, la cui efficienza e qualità continueranno a calare drasticamente.