Tre pisani in Siria del nord: siamo in Rojava perché vogliamo la rivoluzione

kurdi

E’ stata data da poco la notizia della presenza in Rojava di una folta delegazione di compagne e compagni provenienti da varie città di Italia. Tra loro tre provenienti da Pisa. La delegazione promossa dal portale Infoaut ha spiegato in un comunicato lo spirito del viaggio in un territorio esposto certamente ai rischi della guerra contro i fascisti dello Stato Islamico, contro il regime di Assad e le mire turche ma anche laboratorio di profonda rivoluzione sociale.

Ci verrà chiesto perché affrontare un viaggio di questo tipo per andare in un paese che sembra molto lontano e molto diverso dal nostro. Dal nostro paese tanti sono venuti fin qua per portare solidarietà o a combattere. Noi siamo solo all’inizio. Proveremo a spiegare i motivi che ci hanno spinto fino qua, senza sapere ancora come le nostre idee potranno cambiare durante questa esperienza. In questo paese c’è una rivoluzione che sta cambiando la società e che rappresenta l’unica forza in grado di combattere efficacemente contro l’ISIS.
Chi oggi combatte in prima linea l’ISIS non sono Salvini, Minniti e la Le Pen, neanche Trump o Renzi, ma sono migliaia di giovani donne e uomini curdi, arabi, assiri, turcomanni e internazionali che mettono a rischio la propria vita quotidianamente anche per noi. Probabilmente nessuno saprebbe di cosa parliamo se Daesh (ISIS) non avesse compiuto gli attentati che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni o se la città di Kobane non avesse eroicamente resistito all’assedio nel 2014. Prima di allora l’attenzione pubblica su quanto accade in questa porzione di Medioriente era praticamente inesistente, nonostante proprio in questi paesi ci sia stato il maggior numero di attentati e di vittime dell’ISIS. Paesi lontani, storie che non ci toccano. Non siamo d’accordo, pensiamo che non sia possibile rimanere passivi o indifferenti.

Chi di noi non ha avuto un amico al Bataclan, per le strade di Parigi, sulla Ramblas o per le vie di Berlino o di Nizza? In quei luoghi e in quei giovani riconosciamo i nostri simili e nell’ISIS un nemico. Nei nostri paesi la presa di coscienza collettiva dell’esistenza di Daesh e della sua pericolosità si è tradotta in paranoia securitaria, stato di emergenza, sciacallaggio elettorale dei partiti xenofobi contro i musulmani e gli immigrati. Questa è la reazione che rafforza l’ISIS, il cui obiettivo è scavare un solco d’odio tra musulmani e resto del mondo. Perché, vale la pena ricordarlo, non si tratta solo di un tentativo di istituzione statale estesa territorialmente tra Iraq e Siria, ma una proposta politica a milioni di musulmani. Sia a quelli che vivono in paesi permanentemente instabili e sull’orlo di guerre distruttive, anche a causa degli interessi occidentali; sia a quelli che abitano un’Europa xenofoba.

Non si può distruggere l’ISIS senza distruggere il sistema di cui è parte.
Questo però non è pensabile senza un profondo cambiamento della mentalità, delle relazioni sociali e della vita tutta. Infatti, al momento, l’unica soluzione efficace contro l’ISIS è quella della rivoluzione confederale, esplosa con la cacciata del regime di Assad nel 2012 e frutto di un lavoro politico durato quasi quarant’anni iniziato con la fondazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel 1978. Questa forza sociale è stata in grado tanto di combattere l’ISIS sul piano militare, quanto di offrire una proposta politica alternativa valida per tutto il medioriente e, potenzialmente, per tutta l’umanità: il confederalismo democratico.”

Questa missione assolve dunque al compito di far conoscere  di far conoscere un’esperienza di resistenza, lotta al califfato e rivoluzione per lo più oscurata in occidente: “vogliamo dare il nostro contributo per rompere l’isolamento politico e il silenzio dei mezzi di informazione su questa rivoluzione. È tanto più necessario dal momento in cui gli stati dell’area, prima tra tutti la Turchia, rispettata e considerata partner economico dell’Italia e dell’Europa, cercano ogni mezzo per frenare la rivoluzione, anche con azioni militari e bombardamenti in Siria come in Iraq e Bakur. In particolare il nostro pensiero va a quegli uomini e quelle donne venuti qua dall’Italia e da altri paesi a combattere per la rivoluzione.

Da militanti autonomi siamo qua perché vogliamo toccare con mano questo esperimento politico di trasformazione radicale della società, vogliamo comprendere il metodo e l’approccio alla formazione continua sia dei militanti che della società tutta. Questa rivoluzione ha qualcosa da insegnare anche a noi? Sicuramente. In quali termini? Quanto determinanti sono le differenze della società italiana e del nostro modo di pensare? Questo ancora non lo sappiamo. Non inseguiamo il fascino esotico per una rivoluzione in mancanza di alternative praticabili nei nostri paesi. Al contrario siamo qui per accorciare le distanze tra una rivoluzione in atto e quella che ci impegniamo a costruire nel nostro paese.

Vedere l’unica rivoluzione anticapitalista del nostro secolo non è né un feticcio né una medaglietta. La trasformazione radicale di un’intera società è un processo estremamente complesso e lungo, dove le contraddizioni si intrecciano e i momenti di accelerazione si alternano a momenti di difficoltà e resistenza. Alla base c’è una prassi politica che utilizza le possibilità aperte dalle contraddizioni del contesto in cui opera, che contempla la costruzione di organizzazioni diverse per raggiungere scopi differenti, che stringe alleanze che consentono un rafforzamento della rivoluzione, senza perdere di vista il proprio fine ultimo.”

A questo link è possibile leggere il comunicato integrale.
A Pisa domenica 8 alle ore 18 ci sarà un momento di dibattito sul significato del lavoro di questa delegazione allo s.a. Newroz in via Garibaldi 72.