Scuola Normale di Pisa: riforme economiche e la voce degli studenti

Un’analisi critica dei cambiamenti neoliberali nella più grande università pubblica d’eccellenza italiana

Di recente, la direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa ha proposto una riforma del sistema di contribuzione per gli allievi del corso ordinario (che include triennale e magistrale).

Da circa cent’anni, alla Normale si studia completamente “senza alcuna spesa”, come recita anche il sito dell’istituzione . Questo include anche il rimborso delle tasse universitarie, oltre che vitto e alloggio gratuiti. Con la nuova riforma, si vorrebbe introdurre una rimodulazione della possibilità del rimborso delle tasse universitarie (che si pagano regolarmente all’Università di Pisa per essere iscritti in Normale). Stando alle informazioni trapelate, si parla di differenziare in base ai parametri ISEE la possibilità di ottenere questo rimborso. Sebbene la riforma sia stata presentata come una redistribuzione nell’ottica di una maggiore equità, lə studenti della Scuola vedono in questa proposta una manovra di risparmio. Inoltre, la scarsa trasparenza e chiarezza delle modalità di attuazione non permetterebbe una chiara presa di posizione da parte del corpo allievi, dato che mancano le condizioni di valutare le effettive conseguenze del cambiamento (che impatterebbe i futuri allievi).

Di seguito e al link su substack, riportiamo l’approfondito contributo del Collettivo della Scuola Normale, un articolo che fa luce sul senso di questa manovra, inserendola nel contesto del più generale definanziamento dell’Università italiana.

Sebbene quello della Normale non venga visto come un modello puramente virtuoso per com’è ora (dato l’impoverimento delle Università generaliste di fronte al sovrafinanziamento delle “scuole d’eccellenza”), secondo lə studenti questa riforma sembra voler eliminare l’ultima parvenza di diritto allo studio pubblico e gratuito presente in Italia, introducendo gli stessi criteri neoliberali che stanno mettendo a repentaglio l’Università pubblica italiana.

La rimodulazione dei contributi e lo spettro della giustizia sociale

La nostra comunità è stata recentemente interpellata dalla Direzione della Scuola in merito alla proposta di annullare il rimborso delle tasse e rimodulare i contributi didattici in base all’ISEE. Si tratta di temi che consideriamo centrali, non solo per la vita materiale dell* alliev* ordinari*, ma anche in quanto pilastri dell’identità e dell’immagine che la Scuola Normale promuove di sé.

L’ambiguità e mancata trasparenza volute dall’alto nelle informazioni a nostra disposizione (come la distribuzione ISEE dellə allievə in Normale, cosa intende la direzione per “fasce a reddito alto”, l’effettivo mandante della decisione) ci costringe a speculare su basi indefinite e scivolose impedendoci così di avere un’idea chiara delle conseguenze di questa riforma. Queste decisioni, così come quelle che nell’ultimo anno hanno inciso in modo significativo sulla trasformazione della didattica nella classe di lettere, giungono all’improvviso, senza che ne vengano chiarite le ragioni. Si presentano come atti inevitabili rispetto ai quali non sembrerebbe esserci alternativa: resta soltanto da prenderne atto e da gestirli attraverso le procedure amministrative ritenute più “efficaci”. Vorremmo quindi riproporre il nostro intento di monitorare le forme che prende l’avanzata del neoliberismo alla Normale, tentando di unire i punti e approfondire la portata politica delle riforme che vengono messe in campo.

Con il presente contributo vorremmo proporre di fare un passo indietro collettivo, e cercare di riflettere insieme sul significato e la portata del cambiamento. Vorremmo ancora una volta rifiutare il ruolo di ricettori passivi di scelte pienamente politiche della governance e cercare di avere una visione critica di ciò che stiamo vivendo. Queste riflessioni intendono offrire un primo abbozzo dei nodi che, finora, sono rimasti sullo sfondo della discussione. Ampliando il raggio di osservazione, speriamo di contribuire al proseguimento di un dibattito proficuo nelle prossime occasioni assembleari, non artificiosamente limitato dall’urgenza di risolvere una questione “tecnica”.

Welfare: da diritto universale a meccanismo di gestione emergenze

Nel corso degli ultimi decenni, il sistema del welfare italiano è cambiato molto. Servizi che venivano considerati “diritti universali” ed erano garantiti a tuttə o quasi, sono stati progressivamente ridotti, per risparmiare sulla spesa pubblica e aprire nuove opportunità per il settore privato dalla casa alla sanità, dalla scuola all’università. Per permettere questi cambiamenti, bisognava ridefinire chi poteva accedere a un determinato servizio sulla base delle sue condizioni individuali.

In quest’ottica, l’utilizzo dell’ISEE è cruciale. Questo parametro nasce nel 1998 con l’obiettivo dichiarato di promuovere l’equità sociale, facendo in modo che i meno abbienti possano accedere a servizi essenziali a costi ridotti o gratuitamente. Questo è, ovviamente, un obiettivo lodevole. Tuttavia, lo strumento ISEE può essere usato in direzioni anche opposte, diventando una sorta di cavallo di Troia per stringere il controllo sulle condizioni economiche individuali e garantire che meno persone possibili possano usufruire del servizio pubblico e gratuito. Di questo abbiamo esempi recenti e vicini a noi.

Negli scorsi anni il costo del pasto a mensa in UniPi è aumentato considerevolmente per tutte le fasce ISEE superiori a €30’000. Come era prevedibile, questo ha significato semplicemente che chi pagava poco o nulla per andare a mensa ha continuato ad andarci, mentre chi si trovava in fasce ISEE anche poco più alte ha tendenzialmente preferito alternative più convenienti alla mensa. Infatti, in un anno sono diminuiti di quasi il 60% i pasti serviti a chi pagava la tariffa per mangiare a mensa.

In queste settimane, è stato approvato il bilancio del DSU Toscana, ancora più disastroso dei precedenti, che prevede ulteriori tagli e chiusure nei prossimi anni. Tra le numerose conseguenze, le mense UniPi saranno chiuse a cena a partire dal 2028. Chiunque volesse mangiare qualcosa alla fine di lunghe giornate di lezioni o esami, magari prima di prendere il treno per tornare a casa, o volesse semplicemente stare con i propri colleghi a fine giornata, non potrà più farlo. E non sembra inverosimile che il prossimo passo sarà la chiusura totale delle mense universitarie.

È un esempio lampante di come una riduzione dell’accesso a un servizio può facilmente essere il viatico per uno smantellamento totale del servizio stesso. Mangiare gratuitamente è un diritto che a noi che facciamo la Normale sembra scontato, ma che per molti studenti in Italia è un assoluto privilegio. In un contesto simile, siamo chiamatə a riflettere su cosa pensiamo sia giusto: avere la possibilità di mangiare, a basso prezzo, nel mezzo di una fitta giornata di impegni universitari? O anche questo deve essere un privilegio da dimostrare costantemente di meritare?

A nostro avviso, lo scarto che va fatto nel ragionamento è il seguente: al centro della nostra discussione vanno tenute non solo, o non tanto, le condizioni economiche individuali. Piuttosto, dovremmo concentrarci sulla natura del servizio, in particolare se è pubblicogratuitodi qualità. Infatti, l’individualizzazione dei parametri con cui determinare l’accesso ai servizi porta, come stiamo vedendo sempre di più, alla diminuzione del bacino di persone che possono usufruire del servizio, all’aumento dei costi per molte persone, spesso in maniera tale da rendere preferibile il ricorso al privato, e alla diminuzione della qualità del servizio a causa della conseguente riduzione di spesa pubblica. È così che il servizio viene garantito solo a chi è in fasce di basso reddito, trattando il welfare come la gestione di un’emergenza o come una sorta di carità.

La burocratizzazione del welfare condotta negli scorsi decenni, spesso accompagnata da un’ipocrita retorica della “giustizia sociale” o della “lotta ai furbetti”, ha aumentato notevolmente le complicazioni per vedersi riconosciuto un diritto. Moltə di noi e dei nostri colleghi hanno avuto esperienza di questo in prima persona. Accedere a un servizio, come una borsa di studio in Università, diventa un calvario di pratiche burocratiche in cui anche il minimo errore può escluderti dagli aventi diritto. Questo si traduce non solo in costi in termini economici, ma anche in termini di tempi di vita: stress, file di attesa, labirinti di uffici e segreterie.

Un grosso problema riguarda l’accesso alle informazioni: per via dell’indipendenza che hanno le regioni e le istituzioni preposte al diritto allo studio in Italia, ogni anno vengono pubblicati circa 70 bandi diversi per la borsa di studio universitaria. Un potenziale studente borsista, se sta valutando l’iscrizione in più università, deve preparare diverse pratiche burocratiche e confrontare requisiti di accesso diversi. L’ISEE, dunque, non è uno strumento oggettivo che indica il bisogno o il diritto di una persona di un determinato servizio: può, invece, essere utilizzato piuttosto arbitrariamente, in base ai criteri di accesso stabiliti da regioni o aziende regionali per il diritto allo studio, per definire il bacino di utenti a cui erogare i servizi.

Tra i molti aspetti da considerare c’è inoltre la situazione della famiglia dal punto di vista del capitale culturale, della facilità di districarsi tra le pratiche burocratiche, della conoscenza della lingua italiana, della possibilità d’accesso alle informazioni. Alcune famiglie infatti non riescono a compilare l’ISEE, oppure non riescono a farlo correttamente o in tempo.

Infine, lo stesso criterio ISEE è stato più volte criticato. Anch’esso, come tutti gli indicatori economici, seleziona una serie di criteri in maniera arbitraria e non è esente da problematicità. Ci sono persone che hanno un reddito autonomo da quello della famiglia ma non riescono a separarsi dal nucleo familiare per motivi legali, e dunque vengono trattate come persone aventi una condizione economica più agiata. C’è il problema del peso relativo dei criteri utilizzati al fine di determinare l’ISEE, come ad esempio la componente “patrimonio immobiliare” che svantaggia categorie a basso reddito che hanno piccoli appezzamenti di terra o vecchie case ereditate da qualche parente. Questi sono solo alcuni esempi sparsi, ma se sommati, restituiscono una gamma di persone per cui l’ISEE è un fardello burocratico ed economico più che un indicatore genuino della propria condizione.

Dovremmo quindi fare attenzione ad utilizzare acriticamente l’ISEE come indicatore assoluto delle condizioni economiche di una persona. Se anche fosse il meglio che abbiamo, per determinare ad esempio le fasce di tassazione, non possiamo pensare che possa dettare in toto la linea delle politiche di welfaredato che è (ed è stato) un agente del suo smantellamentoSe la progressività fiscale è necessaria, essa non può giustificare la riduzione del servizio pubblico. La tendenza che va vista e compresa è che la burocratizzazione eccessiva distrugge il diritto al welfare, peggiora la qualità stessa dei servizi e trasforma l’accesso a un diritto in un calvario da sobbarcarsi individualmente.

Prendere a modello ciò che modello non è

Sono molte le cose che ci fanno dubitare del dibattito sulla “giustizia sociale” rispetto al rimborso totale o alla modulazione, a partire dall’utilizzo dei parametri fortemente problematici di cui abbiamo discusso prima, che non possono essere semplicemente dati per buoni. Vogliamo però anche fare luce sui presunti scrupoli morali da cui questa decisione dovrebbe prendere le mosse.

La proposta, infatti, è stata presentata come una soluzione per riparare a un torto che la Scuola farebbe nei confronti di studenti con ISEE basso, che avrebbero l’opportunità di ricevere più soldi dalle borse studio del DSU. Troviamo ironico che la direzione abbia citato il sistema dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio della Toscana come più equa e vantaggiosa, come se chi fa la Normale fosse svantaggiato rispetto a chi accede alle borse del DSU. Ci sembra un’argomentazione che distorce del tutto l’attuale condizione del diritto allo studio universitario in Toscana (e non solo), che è a dir poco disastrosa. Per citare uno tra i tanti dati, stando al bilancio di recente approvato, in Toscana si prevede che nei prossimi anni ci saranno 4000 idonei non beneficiari: soggetti riconosciuti formalmente come titolari di un diritto che, tuttavia, non riceveranno la borsa di studi per insufficienza di fondi.

Ma anche per chi riceve la borsa, la situazione non è rosea. Il nodo centrale non risiede semplicemente nella scarsità di risorse, ma nel fatto che il diritto allo studio è progressivamente diventato una concessione a condizioni sempre più proibitive. Per ricevere una borsa bisogna sottostare a una duplice prova di meritevolezza. Da una parte bisogna essere “abbastanza poveri” per rientrare nelle soglie economiche previste (con tutte le variazioni da regione a regione) e, simultaneamente, essere “abbastanza performanti” per mantenere il beneficio attraverso il raggiungimento di un determinato numero di CFU annui. Questo fa sì che gli studenti borsisti siano sotto un costante ricatto economico, e un esame che non si riesce a superare o altre ordinarie complicazioni che avvengono durante il percorso di studi possono comportare non solo l’esclusione dalla borsa, ma addirittura l’obbligo di restituzione dei fondi ricevuti. Questo significa che lo studente in condizioni di fragilità economica, che magari deve anche lavorare per mantenersi (dato che una borsa di studio difficilmente copre tutte le spese necessarie), è chiamato a sostenere un carico di prestazione superiore rispetto ai coetanei più agiati semplicemente per poter avere un percorso universitario dignitoso: un posto alloggio, il vitto, la continuità degli studi. Non sembra dunque che questo sistema produca “giustizia sociale”, dato che riproduce le stesse differenze di estrazione sociale e reddito in forme poco differenti. Questa situazione avviene nella regione Toscana che comunque, nel desolato panorama italiano, è una delle regioni dove l’Università viene maggiormente finanziata. Se queste sono le condizioni del diritto allo studio in Toscana, dovremmo aprire un grande capitolo sul definanziamento dell’Università nel meridione e nelle aree periferiche, dove la situazione è ancora più critica.

In tale contesto, assumere in Normale come parametro il diritto allo studio toscano è una distorsione davvero fuori luogo, che può essere portata avanti solo per inconsapevolezza della reale situazione di vita di uno studente universitario medio o per malafede.

Quale idea di università si sta perseguendo?

Per comprendere il senso di questa manovra, presentata come operazione di redistribuzione, vogliamo provare infine a svincolarci dal discorso della direzione e farci altre domande. ​​Il punto non è semplicemente dove verranno riallocate alcune risorse, ma quale ridisegno istituzionale si sta configurando.

Forse, la direzione in cui si va è quella di un progressivo definanziamento della dimensione didattica e riguardante lə allievə ordinariə della Scuola Normale Superiore, a vantaggio di una sua riconfigurazione come centro di ricerca altamente selettivo, orientato alla competizione internazionale. Per trasformare, così, l’istituzione in un marchio sempre più potente, un luogo che accumula prestigio, riconoscibilità internazionale, capacità di attrarre grant competitivi e figure già altamente selezionate. L’immagine che temiamo si voglia perseguire è quella di un hub accademico che si connette a reti globali, capace solo di intercettare finanziamenti europei e partnership strategiche, togliendo centralità alla formazione. In questo assetto la didattica e il percorso dellə allievə ordinariə diventa un segmento comprimibile, perché meno redditizio in termini di visibilità e ritorno reputazionale; ciò che conta è la produzione di ricerca ad alta citabilità, la presenza nei ranking, la capacità di presentarsi come punta di diamante a fronte di un sistema universitario sempre più impoverito.

Con buona pace della retorica che rappresenta la Normale come fucina capace di forgiare le eccellenze del futuro, si va sempre di più nella direzione in cui la Normale si limiterà ad intercettare soggetti che riusciranno a compiere un percorso di formazione “nonostante” l’istituzione, piuttosto che grazie ad essa. Come se sempre più la Normale stesse rinunciando ad essere un luogo che produce nuove possibilità intellettuali per diventare uno spazio che certifica percorsi già avviati altrove. Si tratta di un’esperienza che molti di noi hanno già conosciuto parzialmente, quando il percorso formativo si è tradotto in una sostanziale solitudine fatta di supervisione intermittente, corsi frammentati, scarsa continuità didattica. L’istituzione, di questo passo,finirà sempre più per riconoscere e valorizzare soprattutto coloro che sono già in grado di orientarsi autonomamente. La formazione viene così svalutata: quello che interessa sono le qualità originarie da selezionare e amministrare, piuttosto che i processi relazionali da costruire collettivamente. Ne deriva una concezione del merito come dato preesistente, quasi naturale, che oscura le condizioni sociali della sua produzione e neutralizza la responsabilità dell’istituzione nel rendere la formazione accessibile e coltivabile.

Di fronte a questo scenario, limitarsi a difendere l’esistente (nel nostro piccolo caso, l’attuale modalità di rimborso tasse e contribuzione) rischia di essere fuorviante. La tentazione è quella di arroccarsi in una difesa identitaria di un’istituzione pubblica che, tuttavia, ha storicamente concentrato risorse e tutele su una minoranza altamente selezionata. La posta in gioco, allora, non è salvare la Normale esistente né accettarne la trasformazione in laboratorio d’élite, ma mettere in discussione l’idea stessa che l’università pubblica debba organizzarsi attorno alla scarsità. L’accademia che noi vogliamo immaginare non può fondarsi sulla logica dell’eccezione e del primato, della competizione permanente, ma su un investimento strutturale che renda la formazione e la ricerca pratiche realmente accessibili e condivise. Vogliamo immaginare un’Università pubblica in cui il diritto allo studio non sia una spada di Damocle sulla testa di migliaia di persone, ma un’effettiva opportunità.

Per quanto riguarda la riforma che è oggetto della discussione, speriamo di aver posto le basi per poter parlare chiaramente come corpo studentesco alla direzione. Vorremmo ribadire la richiesta di trasparenza, sia sulle motivazioni effettive della riforma che sulle sue conseguenze. Sono previsti ulteriori tagli ai finanziamenti per la Normale in futuro? Vogliamo capire quali sono le traiettorie che assumono le diverse riforme che stanno venendo messe in atto, se sommate e non prese singolarmente. Vorremmo inoltre poterci fare un’idea di come questa riforma impatterà effettivamente sul bilancio, e per questo ribadiamo la volontà espressa dall’assemblea degli allievi di poter ottenere i dati aggregati sulla distribuzione ISEE tra gli studenti ordinari che permetterebbero di portare avanti una discussione pubblica più chiara e trasparente.

Crediamo che una discussione democratica e partecipata possa avvenire sulla base di informazioni accessibili e rendendo la partecipazione della comunità studentesca effettiva e non un mero atto simbolico.

Questo, come minimo, se è di giustizia sociale che vogliamo parlare.