Riapre l’Aula Master Occupata

Pubblichiamo il comunicato del Collettivo Universitario Autonomo sulla riapertura dell’aula master, dentro palazzo Ricci, in via Santa Maria.

Aula master sta riaprendo. Dopo il cambio di un paio di serrature durante il primo lockdown e una stuccatura veloce alla bell’e meglio di stamattina (facendoci sparire tutte le nostre cose), abbiamo deciso di riaprire. Non solo perché è stato uno spazio politico per tantissimi anni, un pezzo di storia di lotte e tentativi di rottura di questa macchina esamificio che l’università è ed è diventata.
Non sappiamo neanche noi cosa significhi riaprire l’aula, sicuramente non è una semplice questione di difesa di spazi alternativi, di spazi di controcultura, sappiamo però che attraverso uno spazio ancora indefinito e in divenire vogliamo creare nuove rotture, nuove trasformazioni, nuove relazioni e nuovi conflitti.
Stride troppo questo silenzio di una università sempre più vuota non solo di student*, ma anche di contenuti.
L’università oramai è impermeabile a qualsiasi evento che sta colpendo e ha colpito in questi anni il mondo e le nostre vite. Una torre d’avorio che spicca sul deserto che avanza. Paradossalmente è riuscita a vivere e non vivere allo stesso tempo la pandemia: l’ha vissuta attraverso la schizofrenia della  DaD, delle restrizioni, delle aperture a singhiozzo, ma non l’ha mai vissuta veramente, si è solo adeguata a nuove forme da cui traeva il massimo vantaggio, diventando anche forse persino più efficiente, più “”inclusiva””, una catena di montaggio telematica in cui ora più che mai siamo i quindici minuti d’esame. A che prezzo? Con quali sforzi,  e con quali sacrifici? Siamo solo le nostre iniziali di Teams…
A quale prezzo? Alto, troppo alto. Gli affitti delle case non si sono mai abbassati e le tasse addirittura alzate per chi non riusciva a dare gli esami. Che stranezza in piena pandemia e con i problemi che sorgono e aumentano di continuo. Come si può pretendere di dare un esame quando le nostre vite sono state così stravolte?
Tasse e controtasse per assolutamente nessun servizio, biblioteche completamente chiuse per mesi, persino gli spazi all’aperto che abbiamo dovuto occupare per farli riaprire.
Per tutti la pandemia sta finendo, ma per l’università no: riapre qualche aula studio e qualche altra si chiude, solo contentini, un colpo al cerchio e una alla botte per lasciare tutto immerso nel solito silenzio. Servono cambiamenti strutturali e invece dobbiamo ancora dire grazie con reverenza per le cose che ci spettavano di diritto.
Ad oggi l’università è uno scheletro vuoto, un deserto, un’alienazione costante e continua. È questa la riapertura? È questa il ritorno alla normalità? Ha davvero senso in un momento così preoccupante spendere così tante energie per sgomberare un’aula per farci al massimo un ufficio o un archivio? L’università burocratizza e rende sterile qualsiasi cosa.
I corridoi sono vuoti, le pause sigaretta scarne. sono rimaste solo noiose iniziative in telematica promosse dall’università, che nel frattempo ha irrigidito e regolamentato ogni movimento e iniziativa individuale e collettiva, appiattendo ogni orizzonte e rendendo formale ogni possibile occasione di confronto come l’ultimo osceno dibattito “accademico” sulla guerra. Professori boriosi sputano sentenze fagocitando la formazione viva.
È troppo impellente il bisogno di superare lo scarto tra una teoria accademica e un sapere che può e che deve agire nella realtà.
Tra i corridoi vuoti, un bisbigliare si sente flebile, obiettivo renderlo grido. Il primo lo alziamo da qui. Per noi, per tutt* per una vita più bella!

Autonomia.